Poca insalata e pochi pomodori. I consumatori italiani faticano sempre di più a trovare questi due ortaggi al supermercato. Il motivo? Il caldo eccessivo dei mesi di luglio e agosto. Si salvano verdure come le carote, le zucchine e le cipolle, di cui non mancano le scorte.
Le cause
Gli eventi climatici estremi – come forti nubifragi e/o grandine – sempre più frequenti, combinati a temperature sopra la media e alternati a periodi di siccità, hanno aumentato l’incertezza dei raccolti. L’insalata, in particolare, e i pomodori, in parte, sono le verdure che più risentono delle variazioni di temperatura: le ondate di calore hanno ritardato i cicli di coltivazione e abbassato le rese nei campi e nelle serre. Di pari passo, crescono le quantità di prodotto non idoneo alla vendita – lo scarto –. Altro effetto dei cambiamenti climatici è la comparsa di insetti alieni, come la cimice asiatica, che provocano danni alle colture.
Confagricoltura conferma i dati di Unione Italiana Food: i volumi agricoli si sono ridotti, la disponibilità di prodotto è calata fino al 40% e gli scarti dovuti al non raggiungimento degli standard qualitativi sono aumentati del 20%. Si accodano le stime dell’Istat, che registrano un calo strutturale della produzione di insalata in Italia pari al -10,5% negli anni 2019-2023.
A infierire sulla situazione, il rincaro dei costi produttivi legato alle attuali tensioni geopolitiche. Il gasolio agricolo, come sottolinea Coldiretti, viene impiegato non solo per alimentare i trattori e gli altri macchinari necessari per la raccolta degli ortaggi, ma anche per far funzionare gli impianti di irrigazione, diventati indispensabili dati gli ormai frequenti periodi di siccità.
Le conseguenze
Come spiega Davide Vernocchi, presidente del settore ortofrutticolo di Confcooperative, questo periodo di difficoltà per i prodotti di quarta gamma – ortofrutticoli freschi e confezionati pronti per essere consumati, come l’insalata in busta appunto – potrebbe indurre gli agricoltori a dare la priorità ad altre colture. Ciò si tradurrebbe in un minore numero di campi destinati alla produzione dei primi.

