Sottofinanziamento con circa 37 miliardi di tagli cumulati nel decennio 2010-2019, realizzati “senza tenere conto della qualità e dell’equità”. Mancanza di prossimità e assenza di integrazione tra sanitario e sociosanitario. Infine, carenza di personale e in particolare dei medici di medicina generale. Sono questi i “mali” del Servizio sanitario nazionale – in condizione di “perdita progressiva di universalismo ed equità” – che più condizionano la vita delle persone fragili e bisognose. E’ quanto emerge dal Rapporto “Sussidiarietà e …salute” realizzato dalla Fondazione per la Sussidiarietà e presentato alla Camera dei deputati, in cui si propone un “nuovo patto sociale per una riforma complessiva”.

Il rapporto

L’indagine fa un check-up del Ssn a cominciare dalla rinuncia alle cure che dal 9-10% della popolazione generale passa al 20% tra i più svantaggiati. Altro caso, l’Assistenza domiciliare integrata: copre circa un terzo delle persone non autosufficienti mentre gran parte delle cure resta in carico alle famiglie. Sulle cui spalle grava una spesa passata dal 18,6% del 1980 al 25,7% del 2023 (+7,1%) mentre la quota della produzione sanitaria pubblica sul totale si riduce di 2,7 punti tra 1980 (63,9%) e 2022 (61,1%). Terzo esempio, la mortalità “agganciata” al titolo di studio: i tassi di decessi evitabile per 10mila residenti pari al 39,6% per chi ha licenza elementare crollano al 20,3% in caso di laurea.

«La sussidiarietà è l’architettura istituzionale dell’universalismo, capace di rendere il diritto alla salute effettivo, misurabile e sostenibile nel tempo – spiega il presidente della Fondazione Sussidiarietà Giorgio Vittadini. Serve un patto sociale che rimetta al centro la difesa della singola persona all’insegna del motto “non c’è democrazia senza cura” di cui l’Europa e l’Italia dovrebbero andare fiere mentre altrove molte persone malate muoiono per strada».

Al sociosanitario 45-47 mld

A sottolineare la necessità di una piena integrazione socio-sanitaria in un contesto-Paese in cui nel 2023 la spesa sociale – al netto delle pensioni – ammontava a poco meno di 110 miliardi mentre quella sanitaria era pari a 138 mld, è il direttore dell’Istituto per la Finanza e l’Economia locale (Ifel) Pierciro Galeone: «Nel contesto attuale la contiguità tra i due ambiti è sempre più marcata e l’integrazione sempre più necessaria», fa notare. Per poi ricordare come l’attuale assenza di fonti informative integrate renda possibile solo una stima della spesa sociosanitaria, a partire dai principali finanziatori/erogatori pubblici e cioè Asl (35%), Comuni (5%) e Inps (60%): «Il contributo pubblico al mondo sociosanitario è stimato tra i 45 e i 47 miliardi – spiega – nel contesto di un sistema complesso in cui flussi di risorse e responsabilità si intrecciano tra diversi livelli istituzionali e operativi».

Schillaci: risposte dalle case di comunità

L’istanza promossa dagli esperti è raccolta in pieno dal ministro della Salute Orazio Schillaci: «I principi della sussidiarietà, soprattutto quella orizzontale, costituiscono il metodo con cui assicurare i valori fondanti di un sistema universalistico come il nostro, che è un punto di riferimento soprattutto all’estero dove il Ssn viene visto da tutti come un servizio sanitario di grande qualità e un modello – tiene a precisare -. E davanti alla crescita e all’aumento di complessità dei bisogni di salute, è importante valorizzare il contributo della società e del Terzo settore».

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