La “scheda” per calcolare il rischio a tre anni di sviluppare la malattia di Alzheimer con una predittività che può superare l’82% – elaborata nell’ambito del progetto di ricerca indipendente e tutto italiano “Interceptor” – riceve il “crisma” con la pubblicazione dello studio che la descrive sulla rivista “Alzheimer’s & Dementia: The Journal of the Alzheimer’s Association”.
Sviluppato da centinaia di ricercatori “top” in stretta collaborazione con l’Istituto superiore di sanità e con l’associazione pazienti Aima – il progetto ha prodotto tra gli altri una sorta di “cartina di tornasole”, di facile applicazione. «Parliamo di uno dei primi strumenti al mondo, se non il primo, grazie al quale inserendo i dati della persona all’interno di un modello predittivo o algoritmo, si ottiene una percentuale di rischio a 36 mesi nella popolazione con disturbo cognitivo lieve, che in Italia conta circa un milione di individui e dalla quale ogni anno derivano i nuovi 100mila casi di demenza nel Paese». Chi parla è Paolo Maria Rossini, coordinatore di Interceptor, Direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell’Irccs San Raffaele Roma e Direttore della Neurologia presso il Policlinico Gemelli nell’anno in cui fu lanciato il progetto, l’ormai lontano 2018.
Un test gratuito
La pubblicazione dell’articolo sulla rivista dell’Alzheimer’s Association segna per gli esperti un passaggio fondamentale. «Da questo momento – afferma ancora Rossini – chi vuole può richiedere la scheda gratuitamente sia in Italia che all’estero: la stessa assenza di “royalties”, la rende uno strumento di ampio uso applicativo, quasi di routine». Ma a chi rivolgersi per fare il test? «I nostri principali interlocutori – risponde il professore – sono al momento i cinquecento Centri demenza per il controllo della malattia (Cdcd) presenti in Italia: se tutti se ne dotassero, sarebbe molto utile».
Doppio test
Lo strumento è duplice: con la versione-base – in cui si inseriscono soltanto i dati neuropsicologici, quelli sociodemografici e i dati clinici – si raggiunge un’accuratezza predittiva di almeno il 72%; per ottenere una percentuale dell’82% e più, occorre invece aggiungere dei biomarcatori – da inserire sempre nell’algoritmo – e che prevedono test come la risonanza volumetrica, la Pet e la genetica. Esami, questi, che solo i centri specializzati sono (o almeno dovrebbero) già oggi in grado di mettere a disposizione, raccogliendo i biomarcatori non più in ordine sparso ma inserendoli nell’algoritmo per stimare il livello di rischio della persona che si sottopone al test. E che non va ancora definita “paziente”: «I soggetti con disturbo cognitivo lieve o Mild Cognitive Impairement – sottolinea Rossini – non sono malati ma presentano un piccolo deficit cognitivo rilevabile con i test, pur restando totalmente autonomi ed efficienti nella vita quotidiana. Almeno la metà di loro, seguiti nel tempo, rimangono tali: solo una parte si ammala e allora il problema che ha il Servizio sanitario nazionale è proprio identificare quante persone sono ad alto rischio di Alzheimer, rispetto a chi rimarrà stabile o forse un po’ smemorato».
Cure più appropriate
Con la scheda in sintesi si fa una scrematura – in gergo tecnico si “stratifica per rischio” -: questo è importante anche in un’ottica di sanità pubblica. Se il Servizio sanitario nazionale decide di implementare programmi di prevenzione in cui si interviene sui fattori di rischio – a esempio con la ginnastica, la riduzione dell’obesità o il controllo del diabete – potrà intervenire a ragion veduta sulla base dei risultati della “scheda” e quindi non sul milione di persone in declino cognitivo lieve ma – in maniera più appropriata e costo-efficace – sui 10mila o 20mila soggetti risultati realmente ad alto rischio. «Per non parlare della somministrazione dei farmaci in arrivo – sottolinea Rossini – che oggi sono costosissimi e presentano effetti collaterali importanti: non potranno certo andare a tutti, sia per il costo sia perché andrà selezionata la popolazione con un rischio molto elevato».
La zona grigia
Come qualsiasi organo del nostro corpo, anche il cervello invecchia perdendo a partire dai 50-60 anni alcune capacità in particolare di tipo cognitivo. Tra il normale (fisiologico) invecchiamento cerebrale e un invecchiamento patologico che invece provoca un quadro di demenza conclamata, esiste un’ampia “zona grigia” definita dagli anglosassoni – come detto – Mild Cognitive Impairment (Mci, decadimento cognitivo lieve). Ricevere una diagnosi di Mci comporta, dunque, un aumento del rischio di sviluppare demenza. Infatti, gli studi epidemiologici mostrano che, se seguiti nel tempo, fino al 50% delle persone con Mci progredisce verso la demenza (circa il 30% nei primi 3–5 anni, mentre la restante quota converte negli anni successivi). L’altra metà – per quanto noto dalla letteratura scientifica – può sviluppare una forma tardiva di lieve demenza o rimane stabile mantenendo una piena autonomia anche sul piano professionale e sociale.

