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Home » Alzheimer, così l’obesità l’accelera: gli esami del sangue avvisano in anticipo anche prima dei sintomi
Salute

Alzheimer, così l’obesità l’accelera: gli esami del sangue avvisano in anticipo anche prima dei sintomi

Sala StampaDi Sala StampaGennaio 8, 20264 min di lettura
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Alzheimer, così l’obesità l’accelera: gli esami del sangue avvisano in anticipo anche prima dei sintomi

Non solo metabolismo alterato con maggiori probabilità di sviluppare diabete di tipo 2, aumento del rischio cardiovascolare, anticipo di artrosi e malanni articolari, maggior rischio di apnee notturne e difficoltà respiratorie. L’obesità potrebbe rappresentare anche un acceleratore subclinico per chi svilupperà la malattia di Alzheimer, agendo ben prima che ci sia qualsiasi segno chiaro del danno, anche agli esami radiologici più sofisticati come la PET. A segnalare come e quanto l’obesità potrebbe velocizzare la traiettoria che conduce alla neurodegenerazione, utilizzando esami del sangue che funzionano da biomarcatori, è la prima ricerca che mostra come in presenza di questa condizione patologica si possano osservare incrementi più rapidi anche fino al 95% (in confronto ai non obesi) dei biomarker della malattia neurologica. A mostrarlo è il primo studio che dimostra la relazione tra obesità e Alzheimer basandosi proprio sui marcatori rivelabili dal sangue. La ricerca è stata coordinata da Cyrus Raji e Soheil Mohammadi, del Neuroimaging Labs Research Center del Mallinckrodt Institute of Radiology (MIR) della Washington University School of Medicine di Saint Louis ed è stata presentata al congresso della Radiological Society of North America.

Marcatori sotto esame

Lo studio ha preso in esame approfonditamente le informazioni di 407 volontari seguiti per cinque anni nell’ambito dell’Alzheimer’s Disease Neuroimaging Initiative, con analisi delle scansioni effettuate con la Tomografia ad emissione di Positroni (PET) mirata alla ricerca di sostanza amiloide sia con campioni di sangue. Le scansioni PET consentono di verificare l’accumulo di proteina beta-amiloide nel cervello sotto forma di placche amiloidi, una caratteristica tipica della malattia. Nel sangue si sono invece ricercate proteine correlate all’ Alzheimer, come la pTau217 (un biomarcatore utilizzato nella diagnosi e nel monitoraggio della patologia), la catena leggera dei neurofilamenti (NfL), ovvero residui di proteine che vengono da neuroni gravemente danneggiati e la GFAP, proteina espressa principalmente negli astrociti (cellule che supportano e proteggono i neuroni nel cervello e nel midollo spinale).

Il sangue dice di più della PET

Analizzando tutti questi parametri e combinandoli con l’Indice di Massa Corporea (BMI) nel tempo, si è visto che all’inizio dello studio un BMI più elevato era associato a livelli di marcatori nel sangue più bassi e a un carico complessivo di amiloide nel cervello inferiore. Il motivo? Secondo Mohammadi ”la riduzione dei biomarcatori nel sangue BBM negli individui obesi sarebbe dovuta alla diluizione dovuta al maggiore volume ematico”. Ma è un altro dato che preoccupa. Con il passare degli anni, sia le indicazioni dei biomarcatori per la malattia di Alzheimer che le scansioni PET cerebrali hanno mostrato più indicazioni correlate all’Alzheimer nei soggetti obesi rispetto a quelli non obesi. Le persone obese hanno sperimentato un aumento più rapido dei livelli plasmatici di pTau217 dal 29% al 95%. L’obesità all’inizio dello studio è risultata anche associata a un aumento più rapido del 24% dei livelli nel sangue di NfL e ad un incremento leggermente più veloce dell’accumulo di amiloide. In termini generali, Raji segnala come stando a questi risultati gli esami del sangue potrebbero essere più sensibile della PET, almeno nelle fasi iniziali di alterazioni biochimiche, per indicare l’influenza dell’obesità sui cambiamenti cerebrali correlati all’Alzheimer. “Possiamo monitorare l’influenza predittiva dell’obesità sull’aumento dei biomarcatori ematici con una sensibilità maggiore rispetto alla PET”, commenta l’esperto.

Il ruolo della neuroinfiammazione

“Lo studio rafforza l’evidenza di una solida associazione tra obesità e malattia di Alzheimer e mostra che la relazione può essere indagata attraverso biomarcatori ematici, facilmente accessibili e applicabili su larga scala negli studi clinici, anche nelle fasi precedenti all’esordio clinico – commenta Mario Stampanoni Bassi, neurologo presso l’IRCCS Neuromed”. L’approccio adottato, va detto, risulta di interesse anche per lo studio di altre patologie neurodegenerative, come il Parkinson e la sclerosi multipla. Soprattutto, la ricerca consente di esplorare vie di conoscenza che confermano l’importanza dei meccanismi infiammatori come possibile “carburante” dei processi patologici di neurodegenerazione. “I meccanismi alla base del legame fra obesità e malattia di Alzheimer sono complessi, ma dati convergenti indicano un ruolo centrale della neuroinfiammazione – conferma l’esperto. Si tratta di un processo aggravato dall’obesità, capace di alterare il metabolismo dell’amiloide e la funzione di neuroni e astrociti, cellule chiave nella patogenesi dell’Alzheimer”.

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