La Toscana chiude la settimana delle “Anteprime” di gran parte dei suoi vini più conosciuti, dal Chianti al Morellino, dal Chianti Classico al Nobile di Montepulciano, con una certezza e qualche interrogativo. La certezza è che il mercato dei vini rossi “strutturati”, da sempre trainante per la regione, non tira più come in passato: non solo perché a livello internazionale ci sono tensioni di vario tipo, ma anche perché i gusti dei consumatori stanno cambiando.

È così che nel 2025, secondo le stime Ismea, l’export di vini toscani fermi Dop in bottiglia è sceso dell’8% in valore, passando da 1,2 a 1,1 miliardi di euro, a fronte di una sostanziale stabilità (+0,7%) dei volumi, registrando un andamento peggiore della media italiana (-2,1% in valore, +1,6% in volume).
La spiegazione più plausibile è che i produttori, preoccupati per la crescita delle giacenze in cantina, abbiano abbassato i prezzi per cercare di mantenere le quote di mercato. I dati delle fascette di Stato richieste per l’imbottigliamento (fonte Avito, l’associazione Vini Toscana Dop e Igp) indicano -3% nel 2025 rispetto all’anno precedente. «Si è aperto un 2026 che sarà ancora più difficile dell’anno passato», ha detto Andrea Rossi, presidente di Avito.

Gli interrogativi che emergono sono legati alle azioni da adottare per arginare le difficoltà. Regione e consorzi di tutela sono compatti nel puntare sulla promozione, sulle vendite dirette e sulla diversificazione dei mercati di sbocco. Il “marchio Tuscany” – uno dei pochi territori italiani del vino conosciuti a livello internazionale – dà un vantaggio strategico sul fronte della promozione, mentre i circa 15 milioni di turisti che ogni anno frequentano la regione, in gran parte interessati a visitare cantine e vigneti, aprono potenzialità di sviluppo per degustazioni e vendite dirette. Oggi nessuno ha stimato il peso di questo segmento sulle vendite totali di vino, ma è certo che la Toscana – grazie anche ai suoi 6mila agriturismi con 45mila posti letto – è tra i leader e può fare ancora meglio.

Sul fronte dei mercati, dopo la flessione 2025 registrata dai vini toscani in Canada (-22%), Germania (-8,5%), Regno Unito (-14,6%) e, in minor misura, negli Usa (-4%) – da valutare cosa cambierà sul fronte dazi dopo la bocciatura della Corte Suprema – ora gli occhi sono puntati , verso “nuovi” Paesi, dove la presenza è scarsa causa dazi e barriere tariffarie: «Guardiamo al Mercosur e all’India, abbiamo già in programma attività promozionali», ha detto Giovanni Manetti, presidente del Consorzio del Chianti Classico-Gallo Nero, che ha chiuso il 2025 con vendite a +2,6% in valore e +1,2% in volume, trainate da Usa e Canada e che parla di «denominazione in buona salute nonostante le acque agitate».

Alla ricerca di nuovi sbocchi commerciali per reagire alle difficoltà è anche il vino Chianti: «L’India sarà uno dei mercati su cui investiremo con maggiore decisione», ha spiegato Giovanni Busi, presidente del consorzio del Chianti, che in gennaio è andato per la prima volta in Nigeria e che continua a lavorare in Sud America e nel Mercosur, oltre che in Asia.

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