Seguono il Friuli Venezia Giulia e il Trentino Alto Adige, che hanno già raggiunto rispettivamente il 46% e il 42% degli obiettivi. Chiude la classifica proprio la Valle d’Aosta, regione in realtà virtuosa sulle rinnovabili (grazie all’idroelettrico produce di più di quanto consuma, coprendo il 100% del fabbisogno con energia green), ma che negli ultimi cinque anni ha installato appena l’11% di tutto il contingente assegnatole al 2030. La produzione di energia rinnovabile in Trentino-Alto Adige e Basilicata, invece, supera il 45% dei consumi regionali.
«In media come Paese tra il 2021 e il 2025 abbiamo installato il 31% del target prefissato al 2030 (80 GW di nuovi impianti in un decennio), quindi vuol dire che nei prossimi cinque anni dovremmo metterne a terra il 69% rimanente», aggiunge Barbabella. Cresce anche il fenomeno delle Comunità energetiche rinnovabili (Cer), con Veneto e Friuli-Venezia Giulia tra le regioni più attive nel 2024, avendone attivate rispettivamente 31 e 28.
Il meccanismo del prezzo
Il quadro, tuttavia, resta eterogeneo e le condizioni locali di partenza, legate alla transizione energetica, presto potrebbero tradursi in differenti vantaggi (o svantaggi) in bolletta su base regionale. Nell’ambito della riforma del mercato elettrico europeo, l’Italia sta per passare da un meccanismo di formazione del prezzo dell’energia elettrica basato sul Prezzo unico nazionale (Pun) a un sistema di prezzi zonali, in grado riflettere i reali costi locali per la produzione di elettricità, ad esempio in funzione delle tecnologie utilizzate.
La riforma di fatto è stata introdotta in Italia dal Dm 18 aprile 2024. Avviata a partire dal 1° gennaio 2025, dovrebbe andare a regime proprio nel corso del 2026, con meccanismi di perequazione che però ne stanno rallentando gli effetti. Al termine del percorso, dunque, quelle regioni che presentano maggiore penetrazione di rinnovabili vedranno trasferito il vantaggio economico di queste tecnologie – tra le più economiche per produrre elettricità – direttamente nelle bollette di famiglie e imprese. «I benefici – precisa il responsabile scientifico di Italy for Climate – avrebbero dovuto già cominciare a vedersi dal 1° gennaio 2026 ma l’attuazione tarda ad arrivare». Sullo sfondo pesa il rischio di sperequazioni sui prezzi troppo elevate.
Regioni a più velocità
Così, mentre la crisi attuale spinge con urgenza l’Italia a investire nell’autonomia energetica, le Regioni giocano un ruolo cruciale. «Possono agire da leva o da freno – chiosa Barbabella – nel processo di emancipazione dalla dipendenza dai combustibili fossili. Hanno nelle mani le leve principali della transizione, dalle autorizzazioni per le rinnovabili alle nuove normative su edilizia e trasporti». Il differente punto di partenza obbliga i territori a mettere in campo strategie differenti per raggiungere l’autonomia: rapportando la quota di consumi totali (dati Gse al 2023) con quelli “coperti” dalle fonti rinnovabili, si scopre che la produzione soddisfa solo il 18% del fabbisogno medio nazionale. Emerge, inoltre, il ritardo di Liguria, Emilia Romagna e Lazio dove l’energia green prodotta copre meno del 12% dei consumi.

