Tra Doc, Docg e Igt, l’Italia del vino ha più di 550 denominazioni. «Troppe», dice senza mezzi termini Sandro Boscaini, presidente di Masi Agricola. E al legislatore italiano fa una proposta: arrivare con una cinquantina di Doc al massimo, solo quelle più note, da raccogliere a loro volta sotto pochi cappelli territoriali, proprio come fanno in Francia. Perché solo così, in tempi di incertezza come quelli attuali, si può spingere sull’acceleratore dei mercati esteri.

Boscaini è un grande vecchio del panorama vinicolo italiano, e non solo per i suoi 87 anni di età. È stato per anni presidente di Federvini, ha contribuito a far nascere il Vinitaly e ha portato l’azienda di famiglia sulla ribalta dei palcoscenici globali del vino, tanto che il suo Amarone oggi è tra le etichette più conosciute dell’Italian wine nel mondo.

«Il sistema vitivinicolo italiano esprime una qualità straordinaria, ma anche purtroppo una fragilità strutturale – dice – l’Italia non solo è un mosaico di micro-realtà produttive: anche il territorio è stato frammentato in un numero troppo alto di denominazioni. Peccato che quelle effettivamente conosciute a livello globale sono al massimo una cinquantina, mentre molte altre sono praticamente inesistenti nel mercato. Tutto questo rende il vino italiano scarsamente competitivo a livello internazionale».

Il peccato originale del sistema Italia, secondo Boscaini, risale al regio decreto sulle denominazioni approvato tra il 1930 e il 1937: «Questa legge – spiega Boscaini – nasceva con una buona intenzione, quella di proteggere il vino dalle frodi e tutelare le produzioni tipiche. Tuttavia, si finì col pensare più alla difesa “tecnica” che alla costruzione di un’identità territoriale coerente, capace di parlare anche in termini commerciali e di promozione integrata del territorio». Le successive leggi degli anni 60 non hanno fatto che peggiorare le cose: «Nel tempo – prosegue il presidente di Masi – ogni territorio ha voluto la propria Doc o la propria Docg, creando tanti piccoli imperi scollegati tra loro». Consorzi spesso nati per accontentare l’elettorato locale, «una moltiplicazione di poltrone non sempre giustificate dalle reali esigenze del tessuto produttivo – dice Boscaini – basta pensare che solo 13 consorzi superano i 100 milioni di bottiglie».

Ora che il governo italiano ha ripristinato il tavolo del vino, per confrontarsi con gli operatori su come affrontare le difficoltà del settore – dai dazi americani al cambiamento climatico, fino al calo dei consumi – Boscaini vuole lanciare una proposta per il futuro del comparto: ridurre drasticamente il numero delle denominazioni. «Oggi – dice Boscaini – il consumatore internazionale, di fronte a una varietà di denominazioni confuse, fatica a collocare questi vini nel contesto di un territorio definito. Dovremmo invece prendere spunto dal modello francese, che da sempre rappresenta un esempio di lungimiranza: in oltre tre secoli, la Francia ha costruito un sistema basato su identità territoriali forti e riconoscibili, come Bordeaux e Borgogna, sotto cui si articola una struttura ordinata di sottozone e appellations». L’Italia, secondo il patron di Masi, dovrebbe fare esattamente la stessa cosa: «Basterebbero probabilmente una ventina di denominazioni. Da noi in Veneto, per esempio, dovremmo creare un brand regionale ombrello e chiamarlo “Venezia”: chiunque, dall’Alaska alla Cina, oggi sa dove è Venezia. E sotto questo marchio ombrello dovremmo raccogliere tutte le singole sottozone». La Regione Veneto, peraltro, già utilizza Venezia come volano di comunicazione per l’intero territorio con la campagna “Veneto – The Land of Venice”: «Questo stesso concetto potrebbe essere applicato al settore vitivinicolo». E nel resto del Paese? «Asti è un nome conosciuto all’estero – sostiene Boscaini – ma inteso come spumante dolce non ha più grande mercato: se invece ricomprendesse anche Barbera e altre sottozone di pregio, potrebbe diventare un brand forte da spendere sui mercati internazionali. La Toscana invece è già un esempio virtuoso, perché i suoi produttori sono riusciti a mantenere l’immagine complessiva alta, tra denominazioni che funzionano molto bene all’estero, come Brunello o Sassicaia, e altre più in difficoltà».

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