Solo famiglia, amici e ospiti potranno assistere in chiesa ai funerali di Umberto Bossi, in programma domani alle 12 al monastero San Giacomo di Pontida. Sono circa 400, infatti, i posti nell’abbazia che si affaccia su piazza del Giuramento. La piazza sarà parzialmente chiusa in considerazione anche della presenza di molte figure istituzionali, fra cui la premier Giorgia Meloni, il segretario di Fi e vicepremier Antonio Tajani, i presidenti di Senato e Camera Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, il segretario della Lega Matteo Salvini, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, a cui la famiglia del senatur ha affidato l’organizzazione dei funerali, il ministro Roberto Calderoli e ovviamente tutti i governatori e vertici della Lega, dal lombardo Attilio Fontana, a Luca Zaia. Secondo quanto viene riferito, il segretario Matteo Salvini dopo i funerali farà rientro a Roma per votare in serata per il referendum sulla giustizia.

Allestito un maxischermo

Posti limitati ed esigenze di sicurezza non permetteranno l’accesso ai media, cui sarà riservata un’area dedicata all’esterno della chiesa, con audio e immagini. La cerimonia, ha reso noto la Lega, sarà trasmessa in diretta dai canali social del partito. Chi vorrà partecipare alla cerimonia si potrà sistemare nel vialetto di circa cento metri di fronte alla Chiesa. Proprio per permettere a chi vuole di assistere al funerale, sarà sistemato un maxischermo e verrà allestita anche una diretta streaming. All’esterno sarà riservata un’area per i giornalisti che non potranno entrare nell’abbazia.

Matteo Luigi Bianchi subentra nel seggio di Bossi alla Camera

Sarà Matteo Luigi Bianchi a subentrare alla Camera nel seggio lasciato da Umberto Bossi. Nato a Milano, classe 1979, Bianchi, candidato nel collegio plurinominale Lombardia 2, è stato deputato nella scorsa legislatura. «Senza Umberto Bossi e la sua Lega – ha scritto su Facebook Bianchi in un lungo ricordo del leader leghista – la mia storia sarebbe stata diversa. Diversa come sarebbe diversa la vita senza quella famiglia con cui cresci, con cui litighi, con cui ti appassioni e con cui costruisci qualcosa che resta». Bossi, ha detto, «era il nostro condottiero. Nella mia cameretta c’è sempre stata una sua foto, con il sigaro in bocca». Ha raccontato di aver iniziato a 19 anni. «Ho lavorato tanto, con passione, con dedizione. Fino a diventare sindaco, spinto da un’unica motivazione: fare il bene della mia terra. Era questo l’insegnamento più grande di Bossi: radicamento, responsabilità, appartenenza. Poi arrivò la malattia. La paura, vera, di perdere troppo presto il nostro leader. E poi quella voce che tornò, a Radio Padania. Eravamo lì, ad ascoltarlo, in silenzio. E ci commuovevamo sentendo la voce di un leone ferito, ma ancora vivo, ancora pronto a combattere. Sono arrivati anche i momenti difficili. Le cadute, i cambiamenti, le evoluzioni. E dentro tutto questo, per me, anche il peso oggi di essere ’il primo dei non eletti’». Perché la verità è semplice: nessuno di noi potrà mai essere all’altezza di subentrare a Bossi. Nessuno può davvero essere degno per raccoglierne l’eredità; forse, dovremmo avere il coraggio di lasciare quel vuoto, custodito esclusivamente dalla sua memoria».

Casini, un barbaro astuto, antifascista e non razzista

«Come sarà ricordato Umberto Bossi sui libri di storia? Come un barbaro. Una definizione che a lui stava benissimo. Del resto è stato il grande picconatore della Prima Repubblica: il cappio in Parlamento l’hanno esibito i leghisti», afferma Pier Ferdinando Casini in una intervista a Repubblica. Casini ci tiene a rimarcare «il suo antifascismo». Inoltre «era di un’astuzia unica. La volta che Berlusconi lo invitò in Sardegna per appianare alcune divergenze nella maggioranza Bossi accettò l’invito, ma per non rendersi complice si presentò in canottiera. Un look che faceva venire l’orticaria al Cavaliere». Bossi «interpretava un certo anti meridionalismo, l’insofferenza verso la burocrazia romana tipica del leghismo lombardo-veneto. Vedevano lo Stato come un nemico» ma «non era razzismo, nel suo animo non lo era. Bossi in privato era capace di grande autoironia».

Fini, ci siamo scoperti simpatici lavorando sull’immigrazione

«Umberto Bossi era un rivoluzionario. Fosse stato un borghese avrebbe assunto posizioni molto diverse quando si trovò a riscuotere un grande consenso popolare. Lui invece restò sé stesso», afferma Gianfranco Fini nel corso di una intervista al Giornale. «Politicamente era scorrettissimo. Iconoclasta. Il suo linguaggio a volte osceno faceva parte del suo messaggio». Fini racconta che nel 2001 il centrodestra tornò unito, vinse le elezioni, e «Bossi e io entrammo al governo tutti e due. Così ci si conobbe meglio. Umanamente era molto simpatico. Un tipo assolutamente netto, tutt’altro che ipocrita. E quell’anno scrivemmo insieme la famosa legge Bossi-Fini sull’immigrazione. Era una buona legge e la sinistra quando andò al governo non la stravolse».

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