Da quando si è evoluto in fibra “democratica”, largamente usata anche dal fast fashion, in Mongolia la produzione di cashmere è aumentata in modo esponenziale: nel 2025 il Paese, primo produttore mondiale con una quota del 40%, ne ha esportato per un valore di circa 700 milioni di dollari, in aumento di quasi il 28% rispetto al 2024. E si prevede crescerà ancora. La stessa evoluzione in positivo, purtroppo, non ha interessato gli allevatori delle hircus, le capre dalle quali si ricava la preziosa fibra, alle prese con basse remunerazioni, danni del cambiamento climatico su ecosistema e animali, la mancanza di una filiera di prossimità che possa conferire valore aggiunto al loro prodotto.

Viene dall’Italia, primo importatore dopo la Cina, un progetto importante e ambizioso che mira a migliorare le condizioni di vita dei pastori, a rendere più equa e tracciabile la filiera, a valorizzare il know how tessile italiano. Si chiama “Sustainable Cashmere of Mongolia PGI” e a promuoverlo, da anni e con passione, è Francesco Saldarini, membro della quinta generazione di una storica azienda tessile comasca (Saldarini 1882), arrivato in Mongolia grazie al suo brevetto Cashmere Flakes, imbottitura di fibra di cashmere alternativa alle piume, un successo che lo ha avvicinato al mondo, e ai problemi, dei pastori nomadi.

Francesco Saldarini

Dopo anni di contatti e collaborazioni con il sindacato “Mongolian National Federation of Pasture User Groups”, l’associazione degli industriali Mongolian Wool & Cashmere Association e il governo del Paese, è stato messo a punto il disciplinare “Responsible Nomads” che certifica con la blockchain la produzione sostenibile, per ambiente, animali e allevatori, del cashmere. Il prossimo passo sarà ottenere dalla Commissione Europea la certificazione IGP per la fibra mongola, un percorso che ha trovato diversi ostacoli burocratici ma che ora sembra giunto finalmente a compimento: «È un’anteprima mondiale per la moda, perché è una certificazione pubblica, non gestita da enti privati e grandi gruppi del settore, e dunque con trasparenza per i consumatori finali e restrizioni e controlli molto più rigidi ed efficaci», dice Saldarini. Una volta ottenuta, si potrà dar vita alla seconda fase del progetto, la creazione di un polo nazionale consortile di produzione e logistica per il cashmere, dal lavaggio alla filatura: «In Mongolia i macchinari tessili sono obsoleti – prosegue -. Il polo produttivo che contiamo di fondare, con un investimento di circa 60 milioni, con l’intervento anche di Cdp e Sace, e auspichiamo con l’ingresso di aziende del lusso italiane, porterà lì le eccellenze della meccanotessile nazionale, peraltro anche più efficienti dal punto di vista energetico, con molti vantaggi per la nostra stessa industria».

Le esportazioni dirette di cashmere, a quel punto, diventeranno la principale voce di scambio commerciale con l’Europa, triplicando potenzialmente il Pil tessile della Mongolia: «Oggi il commercio del cashmere è gestito in gran parte da imprese cinesi, con cui le aziende di tutto il mondo devono confrontarsi. Comprando direttamente dagli allevatori e gestendo la filiera accorceremo i tempi e potremo garantire ai compratori italiani una fonte di approvvigionamento e agli allevatori relazioni commerciali certe, trasparenti e adeguatamente retribuite».

Condividere.
Exit mobile version