«Quando loro saranno pronti, noi saremo pronti». Così la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, aveva annunciato a fine gennaio la possibilità di un’applicazione provvisoria dell’accordo con i Paesi del Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay), non appena uno di essi lo avesse ratificato. L’occasione è arrivata dopo poco più di un mese, con Argentina e Uruguay in prima linea. Per l’applicazione definitiva si dovrà comunque attendere l’ok dell’Europarlamento, ma nel frattempo si apre ufficialmente la partnership con un’economia sudamericana che coinvolge 270 milioni di persone.
Eppure, quella con il Mercosur non è l’unica intesa che ha fatto passi avanti nel corso degli ultimi mesi: a fine gennaio l’Ue ha firmato un accordo di libero scambio (Als) con un’altra grande potenza economica: l’India. Un mercato che vede 180 miliardi di euro l’anno di beni scambiati con l’Europa, che aveva avviato i negoziati già nel 2007. Non è un caso che due importanti intese siano arrivate in così breve tempo: l’Unione europea sta premendo l’acceleratore per ridurre la propria dipendenza economica da Stati Uniti e Cina in un contesto geopolitico sempre più instabile. Solo nell’ultimo anno sono entrati in vigore due nuovi accordi commerciali: quello di libero scambio con la Nuova Zelanda e quello di partenariato economico con il Kenya.
A settembre 2025, Bruxelles ha anche chiuso i negoziati con l’Indonesia, che ha oltre 286 milioni di abitanti ed è uno dei principali hub industriali del Sud-Est asiatico. L’intesa – ora in attesa dell’adozione – punta a ridurre le barriere commerciali e ad ampliare l’accesso al mercato per diversi settori europei, dai macchinari alla chimica fino ai servizi. Restano invece ancora aperti diversi tavoli negoziali: oltre all’Australia – con cui le trattative sono iniziate nel 2018 – ci sono Malesia, Filippine, Thailandia. Paesi che fanno parte dell’Associazione delle nazioni del Sudest asiatico (Asean) e che rappresentano una delle aree più dinamiche dell’economia mondiale. È qui che si sta concentrando la vera espansione negoziale europea: l’obiettivo è quello di costruire una rete di accordi bilaterali che possa convergere in un’intesa con l’intera regione.
Altro dossier aperto, e di rilevanza strategica, è quello che riguarda il Golfo (al centro delle cronache oggi per la guerra Usa-Iran): a giugno 2025 sono stati avviati i negoziati per un accordo di libero scambio con gli Emirati Arabi Uniti, che punta a stimolare settori come rinnovabili, idrogeno verde e materie prime essenziali. Nel complesso, al momento l’Ue può contare su 44 accordi commerciali in vigore con quasi 80 Paesi partner nel mondo. E stando all’ultima relazione della Commissione sull’attuazione della politica commerciale, l’impatto delle intese è significativo: nel 2024 le esportazioni verso i partner con accordi preferenziali sono cresciute dell’1,4%, il doppio rispetto allo 0,7% registrato per i Paesi che ne sono privi.
Le intese non sono tutte uguali: l’Unione utilizza strumenti diversi a seconda di partner e obiettivi. La forma più diffusa è quella degli accordi di libero scambio (Als), utilizzati soprattutto con economie avanzate o grandi mercati emergenti. In questi casi l’obiettivo principale è ridurre o eliminare i dazi, facilitare l’accesso ai mercati dei servizi e armonizzare alcune regole tecniche e commerciali. È il caso delle intese con Canada, Giappone, Corea del Sud o Vietnam, ma anche dei negoziati più recenti con India, Australia o i Paesi del Sud-Est asiatico. Accanto a questi esistono gli accordi di partenariato economico (Ape), utilizzati prevalentemente con i Paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico. Si tratta di strumenti con una funzione, oltre che commerciale, di cooperazione economica e di sostegno allo sviluppo dei partner. Ci sono poi gli accordi di associazione (Aa), come nel caso del Mercosur. Qui la dimensione commerciale fa parte di partenariati politici più ampi. In questi casi l’obiettivo non è solo facilitare gli scambi, ma rafforzare le relazioni istituzionali e la cooperazione su temi come ambiente, standard regolatori e diritti sociali. Ci sono poi gli accordi di partenariato e cooperazione (Apc), che non prevedono in genere preferenze tariffarie ma servono a rafforzare le relazioni con alcuni partner. È il caso, ad esempio, delle intese con diversi Paesi dell’Asia centrale, come Kazakhstan e Uzbekistan, primo passo verso forme di integrazione economica più avanzate.

