Ventottomila obiettivi. Ambasciate, consolati, sinagoghe, moschee, centri culturali. Una mappa capillare che copre l’intero territorio nazionale e che da sabato scorso pulsa sotto un livello di allerta più alto. L’Italia si è svegliata in un Medio Oriente in fiamme – la pioggia di fuoco scatenata da Stati Uniti e Israele su Teheran – e ha reagito come si reagisce quando la geografia non basta più a proteggere: blindando tutto ciò che potrebbe diventare bersaglio.

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi non ha atteso segnali specifici. Non c’è un allarme circostanziato, non c’è un nome sul tavolo. C’è qualcosa di più insidioso: il rischio che il conflitto risvegli cellule dormienti di matrice fondamentalista, quei nuclei invisibili che restano silenti per anni e poi, di fronte a un innesco geopolitico, si attivano. È lo scenario che il Casa – il Comitato di analisi strategica antiterrorismo – ha messo nero su bianco nella sua ultima riunione, chiedendo un salto di qualità nella risposta.

E il salto c’è stato. Immediato.

La macchina della sicurezza nazionale a pieno regime

Il Casa ha riunito attorno allo stesso tavolo tutte le colonne portanti della sicurezza italiana: Carabinieri, Guardia di finanza, Polizia di Stato. E accanto a loro l’intero Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica – Dis, Aisi, Aise – in una radiografia completa del dispositivo di protezione territoriale. Il risultato: rafforzamento immediato della vigilanza su ogni obiettivo riconducibile a Iran, Israele e interessi statunitensi.

Roma, Milano e Napoli sono le città a priorità massima. Nella Capitale, il Ghetto ebraico e le aree delle ambasciate sono sotto presidio costante. Ma il controllo è stato intensificato ovunque, senza eccezioni. La logica è chirurgica: nessuno spiraglio, nemmeno dove la minaccia appare remota. La presenza stessa delle forze dell’ordine – visibile, costante, capillare – funziona da deterrente.

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