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Home » Dal Consiglio Ue via libera al modello Albania: le spese, gli stop e le polemiche del piano
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Dal Consiglio Ue via libera al modello Albania: le spese, gli stop e le polemiche del piano

Sala StampaDi Sala StampaDicembre 9, 20253 min di lettura
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Dal Consiglio Ue via libera al modello Albania: le spese, gli stop e le polemiche del piano

Il piano per i centri per i migranti in Albania, fortemente voluto dalla premier Giorgia Meloni, è rimasto per ora un progetto incompiuto. Grandi risorse spese, pochi rimpatri effettivi e forti contrasti politici con le pronunce dei giudici che ne hanno più volte sospeso l’operatività. Il governo punta a rilanciarlo con il nuovo quadro normativo europeo e il via libera arrivato dal Consiglio Ue Affari Interni alla stretta sui rimpatri degli irregolari che prevede la semplificazione e l’accelerazione delle procedure di rimpatri e consente ai Paesi membri di istituire hub negli Stati terzi. Sdoganando di fatto il modello Albania come disegnato nel progetto originario del governo italiano, ossia come struttura per esternalizzare e velocizzare l’esame delle richieste di protezione internazionale e i rimpatri dei migranti raccolti in mare mentre tentano di raggiungere le coste italiane.

Il centro di Gjader usato solo come Cpr

Le previsioni iniziali erano alte con 3mila persone al mese da detenere, con un turnover molto accentuato, fino ad un massimo di 36mila persone l’anno. L’obiettivo era applicare le procedure accelerate di frontiera per l’esame delle domande di asilo ma dallo scorso aprile la struttura di Gjader funziona solo come Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Da allora sono transitati solo alcune centinaia di migranti. Anche i rimpatri sono stati limitati, poche decine quelli effettuati.

Costo di un miliardo in cinque anni

Numeri finora esigui, dunque, a fronte di programmi iniziali ben più ambiziosi nell’ambito di un progetto dal costo di quasi un miliardo di euro in 5 anni.

Le strutture allestite

Nel sito sono state allestite – a spese italiane – tre differenti strutture: quella più grande è un centro per richiedenti asilo da 880 posti, poi un Cpr da 144 ed un penitenziario da 20. Un hotspot è stato realizzato nel porto di Schengjin. Lì – a bordo di una nave militare italiana – dovevano arrivare i migranti intercettati nel Mediterraneo centrale. Ma tutti i trasferimenti tentati si sono rivelati un flop perchè i trattenimenti a Gjader non sono stati convalidati dai giudici del Tribunale e poi della Corte d’appello di Roma. Questo per l’impossibilità di riconoscere finora come Paesi sicuri ai fini del rimpatrio Stati di provenienza con l’Egitto o il Bangladesh. Paesi che il Consiglio Affari Interni Ue ha invece ritenuto vadano inseriti nella lista dei Paesi sicuri.

Le incognite

Ad agosto una sentenza della Corte di Giustizia europea ha stabilito che un governo può designare un Paese terzo come sicuro tramite decreto legge, ma soltanto a patto che quella scelta possa essere sottoposta al vaglio di un giudice. E, fino all’entrata in vigore del nuovo regolamento Ue parte del Patto per la migrazione, il 12 giugno 2026, nessun Paese può essere considerato sicuro se non garantisce protezione all’intera popolazione. Nelle scorse settimane i giudici di Appello di Roma hanno rimesso alla Corte di giustizia Ue una nuova questione pregiudiziale sul protocollo tra Roma e Tirana. L’oggetto del ricorso è legato alla possibilità per l’Italia potesse firmare l’intesa sui centri albanese alla luce del fatto che l’asilo è materia ampiamente regolata a livello Ue. Si vedrà se ora il via libera al Patto europeo immigrazione ed asilo sarà sufficiente a superare gli stop dei magistrati ed a far funzionare a pieno regime le strutture così come insistentemente promesso dalla premier Giorgia Meloni

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