Kiev, al freddo senza luce e acqua- Corriere TV

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Lorenzo Cremonesi, inviato a Kiev /
CorriereTv

«Ieri mattina avevamo ventidue gradi in casa. Dopo gli scoppi dei missili a metà giornata il riscaldamento centralizzato si è spento, i rubinetti sono andati in secco e il blocco dell’energia non ci ha permesso di accendere le stufette elettriche d’emergenza. Ora siamo scesi a 16 gradi, se continua così, col freddo della notte anche la temperatura nelle nostre stanze da letto potrebbe cadere sui 10 gradi, i muri allora si faranno gelati e la situazione è destinata a peggiorare nei prossimi giorni». I rimedi? Ci si chiude nel cucinino cercando di riscaldare col gas e la fiamma delle candele. Le serate diventano interminabili senza le lampadine accese, si vive nella penombra fumando, giocando a carte e bevendo una sorta di vodka casalinga comprata per poche grivne dagli amici in campagna, perché il vino buono nei supermercati del centro è ormai inavvicinabile per famiglie come la loro che in nove mesi hanno perso l’80 per cento del reddito. Sul letto stendono il sacco a pelo e lo seppelliscono sotto tutte le coperte che stanno negli armadi. In casa si resta vestiti a strati, compresa la giacca invernale. «Tra poco andremo alla fontana pubblica qui vicina e allora avremo l’acqua per lavare i piatti», dicono Ala Graciova, 67 anni, e la figli Julia, di 44. Dentro la casa di Julia, 47 anni, cittadina di Kiev anche lei vittima con la madre dei bombardamenti di Putin sulle infrastrutture civili. A Kiev manca acqua e luce, una strategia «medioevale» dell’esercito russo per assediare la capitale dell’Ucraina, una citta di quasi tre milioni di abitanti, lasciandola al buio e al freddo.

Scene di vita quotidiana nella Kiev azzoppata dai missili russi dell’altro ieri. Per raggiungere la loro abitazione nel quartiere Dorohojechi abbiamo dovuto dribblare gli ingorghi di auto nel caos dei semafori spenti e code di gente di fronte ai pochi supermercati aperti grazie al fatto che i proprietari sono riusciti a procurarsi i sempre più introvabili generatori. Il posto è noto alla stampa: qui si trova la torre coi ripetitori televisivi che venne presa di mira dai missili russi il primo marzo. Fu il primo raid contro obbiettivi civili a Kiev, da allora lo stupore si è tramutato in rabbia popolare, acuta e diffusa. Oggi cade una pioggia sottile, a tratti si tramuta in nevischio.

L’appartamento della famiglia Graciova è al quinto piano di una Krusciovka, che sono le note palazzine prefabbricate diffusissime in tutte le regioni che fecero parte dell’impero sovietico e furono volute agli inizi degli anni Sessanta dall’allora premier Nikita Krusciov. Julia ci vive con i tre figli, che hanno tra i 20 e 25 anni, non studiano più, ma nessuno lavora. «La guerra ha ridotto le possibilità d’impiego», dice. Lei è divisa dal marito Max, che vive nei quartieri sulla sponda orientale del Dnipro ed è a sua volta disoccupato. Lui, occasionalmente passa qualche soldo, ma al momento non possono comunicare: le linee telefoniche sono tagliate e per mandarsi messaggi occorre andare alla stazione della metropolitana, oppure nella scuola vicina, la numero 24, dove è stato approntato uno di quelli che Zelensky ha definito «centri di resistenza». Qui si può caricare i cellulari, connettersi e riscaldarsi.

Sono gente semplice, in genere preferiscono sognare di vacanze e raccontarsi pettegolezzi amorosi o possibilità di guadagni favolosi, però su un principio non transigono: Putin deve ritirarsi dai territori occupati dal 24 febbraio, in caso contrario, loro non cederanno, sono pronti a soffrire il freddo, vivere al buio e tirare la cinghia. «Non avrei mai pensato che i russi potessero attaccarci e bombardarci in questo modo. Putin è un pazzo che va fermato con le armi e punito. Zelensky forse ha commesso parecchi errori nel sottovalutare la minaccia russa, ma dall’inizio della guerra si è mosso bene, noi siamo con lui e resisteremo», dice Julia misurando le parole. Vale la pena di ascoltarla: non è un militare o un politico, lavora come operaia in una grande azienda edile penalizzata dai tagli energetici. «Il mio mensile è oggi meno di un quarto di quello che prendevo un anno fa», spiega. Ma l’unica concessione che forse sarebbe pronta a fare ai russi in cambio della fine degli attacchi e soprattutto di «una pace sicura e garantita» sarebbe avviare trattative negoziali sul futuro della Crimea e parte del Donbass. Con lei concordano la mamma Ala e le persone che attendono pazientemente in coda il loro turno alla pompa dell’acqua comunale in mezzo alla neve. Sorridono, si danno pacche sulle spalle a vicenda. Giunge voce che in alcune zone della città l’acqua stia tornando, le squadre di tecnici stanno compiendo miracoli. «Resisteremo, i russi devono ritirarsi», ripetono. Forse anche Putin dovrebbe ascoltarli.

Qui gli aggiornamenti sulla guerra Russia-Ucraina
– L’appello del presidente Zelensky all’Onu: «In Ucraina persone senza luce e al freddo, è un crimine contro umanità».

24 novembre 2022 – Aggiornata il 24 novembre 2022 , 19:38

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