De-escalation, pragmatismo e dialogo tra nazioni alleate. Sono queste le tre parole d’ordine di Giorgia Meloni al Consiglio europeo straordinario. Le stesse intorno alle quali si cementa l’alleanza tra Italia e Germania, che si materializza subito a Bruxelles nel bilaterale tra la premier e il cancelliere tedesco Friedrich Merz prima dell’inizio del vertice. È l’asse delle “colombe” contro i “falchi” guidati dai francesi di Emmanuel Macron e dagli spagnoli di Pedro Sanchez: una sintonia, quella tra Italia e Germania, coltivata negli ultimi giorni prima del freno a mano di Donald Trump sull’annessione della Groenlandia. Dietrofront che Meloni e Merz ritengono anche l’esito della loro mediazione.
Il sollievo di Roma per l’abbassamento della tensione e il congelamento delle risposte europee più drastiche agli Usa – controdazi e “bazooka” anti-coercizione – è palpabile. Così come la volontà di cogliere l’opportunità di potenziare l’autonomia strategica dell’Unione senza mettere a repentaglio i rapporti transatlantici. Oggi a Villa Pamphilj il bilaterale Italia-Germania sancirà la cooperazione rafforzata tra i due Paesi, con il documento congiunto sulla competitività siglato in vista della riunione speciale del 12 febbraio (si veda Il Sole 24 Ore d del 22 gennaio), una decina di accordi e un’intesa in materia di sicurezza e difesa. Tanto a Davos quanto a Bruxelles Merz elogia la retromarcia di Trump e gli «sforzi congiunti tra Europa e Stati Uniti». «Con Meloni – aggiunge – abbiamo elaborato nuove idee per cambiare l’Ue». «Riforme urgenti» che l’Europa non può più rinviare.
Sulla Groenlandia, l’accordo in ambito Nato è la via caldeggiata dalla premier fin dallo scoppio della tempesta (si veda Il Sole 24 Ore di martedì). Tutto ancora da costruire, certo. Ma al Question Time in Aula al Senato il vicepremier Antonio Tajani ha rivendicato che «gli sviluppi delle ultime ore sembrano andare nella direzione da noi auspicata di dialogo e paziente cucitura», verso un Artico che sia «sempre di più una priorità della Nato». Due le iniziative italiane in agenda: l’Arctic Circle Forum che si terrà nella Capitale il 3 e 4 marzo; una missione delle imprese, in preparazione.
Il valore da difendere, per il Governo, è ancora una volta «l’unità dell’Occidente». Mercoledì sera la premier era stata l’unica tra i Ventisette, assieme all’olandese Dick Schoof, a salutare «con favore» l’annuncio del presidente Usa di sospendere i dazi previsti dal 1° febbraio nei confronti degli otto Paesi europei che avevano deciso di inviare truppe nell’Artico. In una telefonata, la premier ha spiegato a Trump il no italiano (almeno per ora) all’ingresso nel Board of peace per Gaza, motivato con l’incompatibilità dello statuto con la nostra Costituzione. Anche se alla fine non c’è stato alcun incontro a Davos, insomma, il rapporto con il tycoon resta in piedi. E Meloni continua a perseguire la linea morbida, volta a scongiurare fratture tra le due sponde dell’Atlantico.
È una scommessa da equilibristi che dovrà fare i conti di volta in volta con l’imprevedibilità di Trump. Ed è un atteggiamento che le viene contestato in patria dalle opposizioni. «La presidente del Consiglio ci sta portando fuori asse», attacca Elly Schlein. Anche Giuseppe Conte dal M5S punge: «Se in Europa oggi avessimo avuto 27 Meloni, Trump avrebbe già preso la Groenlandia: la completa acquiescenza è pericolosa». Ma per l’Esecutivo sono accuse del tutto infondate: è il pragmatismo, rimarcano da Palazzo Chigi, l’approccio necessario nelle relazioni con gli Usa. La nuova normalità.

