Olly «batte» Checco Zalone. Per la prima volta i ricavi della musica incisa, qui in Italia, superano quelli del box office cinematografico. Il 2025 è stato davvero un anno da incorniciare per la discografia tricolore: il primo nella storia in cui il vincitore di Sanremo – Olly, appunto – ha chiuso l’anno in testa alle classifiche Fimi Niq sia per quanto riguarda gli album che per i singoli, ma anche l’ottava annualità consecutiva di crescita del giro d’affari di settore, a una percentuale di incremento superiore alla media mondiale.

Sono dati che emergono dall’edizione 2026 dell’Ifpi Global Music Report, vera e propria Bibbia del music business. Il contesto generale vede l’industria discografica in ottima salute: a livello mondo, il settore si attesta a 31,7 miliardi di dollari di giro d’affari, il 6,7% in più sull’anno precedente. Si tratta dell’undicesimo anno consecutivo di crescita. Lo streaming rappresenta il 69,6% dei ricavi della musica incisa e quello a pagamento il 52,4 per cento. Nel mondo si contano 837 milioni di utenti premium, il +9,6% sul 2024.

L’Italia, se possibile, va ancora più forte: i ricavi della discografia sono stati pari a 513,3 milioni, in crescita del 10,7% sull’anno precedente. Storico il sorpasso sul box office cinematografico che, a tutto il 2025, ha raccolto 496,5 milioni, ma è pur vero che Buen camino, il blockbuster di Checco Zalone, maggior successo italiano di tutti i tempi, è uscito a Natale e si è portato la propria coda lunga di incassi nei primi due mesi del 2026. L’Italia in ogni caso sfiora d’un soffio la Top 10 dei mercati musicali più ricchi del mondo, dominata da Usa, Giappone, Uk e Cina. A soffiarle la decima posizione è stato il Messico, ma l’11esima piazza italiana significa comunque quarto mercato europeo (dopo Uk, Germania e Francia) e terzo dell’Ue.

IL MERCATO DISCOGRAFICO ITALIANO 2024/2025

Dati in euro

Loading…

L’exploit italiano è ovviamente riconducibile alle performance dello streaming che da noi vale 340,5 milioni e cresce del 9,6% sul 2024, soprattutto grazie al segmento premium (234,3 milioni) caratterizzato da un incremento del 14,1 per cento. Le ragioni della crescita, più che nell’aumento dei prezzi degli abbonamenti a Spotify dello scorso settembre, vanno ricercate nel fatto che il mercato premium qui da noi è tutt’altro che maturo. Nel 2025, a livello complessivo, in Italia si contano infatti 9 milioni di abbonati premium, il 12% in più sull’anno precedente. Il tasso di penetrazione, però, da noi si attesta ancora al 15%, parecchio indietro rispetto a mercati più maturi come Germania (37%) e Francia (26%). «Una mano importante nella conversione free-premium», sottolinea Pico Cibelli, ceo di Warner Music Italy, «l’ha data Spotify, bloccando numerosi account piratati. Un passaggio che ha portato a mettersi in regola diversi utenti che precedentemente fruivano di tutta l’offerta abusivamente. Il basso tasso di penetrazione italiano, al tempo stesso, offre margini di crescita importanti per i prossimi anni».

Anche il fisico dimostra un sorprendente stato di salute con ricavi da 74,6 milioni (+21,9%). Merito della febbre del vinile che ha mosso 48,5 milioni (+24,2%) e di un rinnovato interesse verso il Cd fino a qualche anno fa dato per spacciato, eppure oggi capace di fatturare 25 milioni (+15,1%). Numeri che risentono del contributo dei cosiddetti superfan, ossia i super appassionati di questo o quell’artista, disposti a qualsiasi sacrificio pur di avere prodotti e opportunità esclusive. E che adesso trovano pane per i loro denti negli shop digitali che tutte le case discografiche hanno creato, anche per aggirare condizioni non sempre vantaggiose di accesso alle grandi piattaforme di e-commerce.

Condividere.
Exit mobile version