Uscito in dicembre, Primavera di Damiano Michieletto è ambientato nel 1716 nella Venezia di Antonio Vivaldi. Consigliamo il film, oltre che per la bravura dei protagonisti, l’originalità della storia (romanzata ma in parte vera) e la bellezza della musica e dell’ambientazione, perché fa capire che imporre un uniforme, femminile o maschile, è un attentato alla libertà personale e che, d’altro canto, poter scegliere come abbigliarsi, truccarsi e “accessoriarsi” è una forma di suprema libertà personale. Certo, abiti e accessori sono legati anche allo status economico e sociale (300 anni fa come oggi), ma le immagini delle orfane dell’Ospedale della pietà da una parte e della nobiltà veneziana dall’altra ci ricordano quante volte, nella storia, i vestiti ci abbiano imprigionato oppure liberato.
Lunga premessa per commentare quanto sia felice la scelta fatta da Domenico Dolce e Stefano Gabbana per la collezione uomo del prossimo autunno-inverno: circa cento look portati ieri in passerella come inno alla (possibile) unicità dello stile di ogni uomo. E di ogni donna, naturalmente. I cento modelli rispecchiavano questa iniezione di unicità: età e fisici diversi, entrate sulla passerella, al contrario del solito, non del tutto sincronizzate e – piccola grande sorpresa – sguardi lanciati a destra e sinistra, non fissi sulla “montagna” di fotografi appostati alla fine della passerella. La collezione si chiama The Portrait of Man e Walt Whitman – perché i poeti hanno già detto tutto e con le parole più armoniose – avrebbe potuto portarla a corredo per immagini dei suoi versi «Mi contraddico? Certo che mi contraddico! Sono vasto, contengo moltitudini».
Trattandosi però di una collezione di un marchio della moda, sorprende la diversità dei cento look – si va dal “formalissimo” arricchito da spille e scarpe in pellami preziosi ai pigiami portati sotto a jeans strappati – e allo stesso tempo la coerenza. La spiegazione la danno Domenico Dolce e Stefano Gabbana: «In oltre 40 anni abbiamo creato di tutto, spaziando dalla gran sera all’ispirazione sportiva. Abbiamo sperimentato materiali e accostamenti, ci siamo mossi tra volumi e proporzioni molto diversi, a volte estremi. Per creare questa collezione, è bastato guardare al nostro patrimonio, l’archivio, e rimixarlo».
Non sfugge che un’operazione simile sia in realtà complessa e in parte rischiosa, ma anche questi sono elementi fondanti della moda e sicuramente del modo di intenderla di Domenico Dolce e Stefano Gabbana. «Lo diciamo da diverse stagioni: la moda non è più di moda. Per noi significa non ambire a dettare tendenze o, peggio, seguirle, ma a creare con la passione di sempre, pensando a uomini e donne che cercano la qualità, certo, e hanno marchi di riferimento o che amano da molto. Allo stesso tempo però desideriamo invitare tutti a scegliere e combinare il proprio guardaroba facendo un esercizio di libertà, oltre che di espressione di sé».
Uniformi e mode ottocentesche a parte, proviamo a guardare e riflettere sul nostro presente e su ciò che sta accadendo nel mondo: nulla è più opprimente – i dittatori di oggi e di ogni epoca passata lo dimostrano – del venire privati della gioia di sperimentare con la nostra immagine allo specchio.

