Una ceo donna porta altre donne ai vertici. Le aziende guidate da una amministratrice delegata registrano in media il 21% in più di donne nel top management team rispetto a quelle guidate da un uomo. L’evidenza emerge da uno studio condotto su 153 imprese italiane dalla professoressa Paola Rovelli della Libera Università di Bolzano e dal professore Marco Mismetti della Stockholm School of Economics, pubblicato sul Journal of Business Research.
Il meccanismo individuato dalla ricerca è duplice. Da un lato, la presenza di una donna al vertice produce un effetto da role model: rende, cioè, visibile a tutte la possibilità di raggiungere ruoli apicali e rafforza le aspirazioni delle manager interne. Dall’altro, le ceo donne tendono ad attivare reti professionali più inclusive e a selezionare talenti secondo criteri più basati sul merito, incidendo sia sull’attrazione sia sulla retention del talento femminile.
Ma il dato decisivo riguarda la governance. Sì perché, questi effetti positivi si manifestano solo se il consiglio di amministrazione delega alla ceoalmeno il 58% delle decisioni strategiche. Sotto questa soglia, la correlazione positiva scompare. In altre parole, la presenza formale di una leadership femminile non è sufficiente: serve potere sostanziale. «Non basta nominare una donna come amministratrice delegata – osserva la professoressa Rovelli -. Ciò che fa davvero la differenza è che abbia l’autorità per formare il top management e assumere decisioni strategiche». In un Paese in cui solo l’11% delle aziende medio-grandi è guidato da una donna, questo dato assume un valore cruciale.
Il quadro si complica se si guarda alla struttura proprietaria delle imprese familiari, che sono oltre il 70% del tessuto produttivo italiano: in questi contesti, le dinamiche di nomina e promozione tendono a rispondere soprattutto a criteri di continuità familiare, privilegiando il mantenimento dello status quo più che la varietà delle competenze. Ma questa tendenza diminuisce la propensione all’innovazione e alla parità. La conferma arriva da uno studio pubblicato sul Journal of Product Innovation Management dai professori Rovelli e Mismetti, insieme alle professoresse Cristina Bettinelli e Mara Bergamaschi dell’Università di Bergamo, condotto su 393 aziende italiane.
L’indagine sottolinea anche l’importanza della cultura organizzativa: nelle aziende patronali, in cui il confronto è soffocato, è più difficile favorire l’innovazione e la parità di genere. La diversità funzionale, anche quando presente, infatti, produce effetti positivi solo se esiste una cultura di discussione aperta, cioè la reale libertà di esprimere dubbi, dissenso e idee non convenzionali. Una condizione favorita proprio dalla leadership femminile. Si innesca così un circolo virtuoso: quando una donna al vertice dispone di potere reale, l’effetto si riflette sulla composizione del management, accompagnandosi a una maggiore coesione, innovazione ed empatia, oltre che a una più forte redditività, resilienza e impatto sociale per l’impresa stessa.

