Giancarlo Giorgetti chiude il Forum Ambrosetti di Cernobbio con una battuta che gli è già valsa il titolo sui giornali: “La barca è rimasta in galleggiamento. E vi assicuro che l’Italia è molto più rispettata all’estero che in Italia“. Il ministro dell’Economia rivede al rialzo le stime di crescita: dallo 0,6% inizialmente previsto si è saliti allo 0,8%, con la possibilità di “avvicinarci all’1%”, ma lo fa “con tutte le cautele del caso”, perché il quadro internazionale resta, a suo dire, tutt’altro che tranquillo.

Alle richieste di Matteo Salvini, uno scostamento di bilancio e una tassa sulle banche in vista della campagna elettorale, Giorgetti risponde con una frenata netta: “Non c’è solo il fatto che si avvicina la campagna elettorale, c’è il fatto che il mondo è complicato”. Più deficit non significa automaticamente più crescita, ricorda citando la Francia, che “ha più deficit ma una crescita che è metà della nostra”. Quello che considera davvero automatico è il valore della credibilità sui mercati: “Ogni 14 giorni ci presentiamo per un’asta di titoli pubblici. Se uno non si fida di te non ti dà i soldi“.

Reduce dal G20 in North Carolina, il ministro descrive un mondo dove “le crisi trovano risposte non adeguate” e dove l’Europa arranca: sull’intelligenza artificiale e sulle materie prime critiche “gli europei sono completamente assenti”, mentre gli Stati Uniti reggono il confronto con la Cina. Sui progressi europei è tranchant: “è molto faticoso registrare avanzamenti in qualsiasi dossier”, qualcosa si muove su euro digitale e pagamenti, molto meno sul mercato dei capitali. Da qui il paradosso che ripete da anni: un enorme risparmio europeo che finisce per finanziare gli Stati Uniti, compresi i fondi pensione italiani che “investono ovunque tranne che in Italia”.

Sull’energia, la frase più citata: “L’Italia paga due guerre elevate alla potenza”, quella in Ucraina e quella in Medio Oriente. Il gas russo non c’è più, i nuovi fornitori costano di più, e il prezzo del gasolio, dice, dipende dalla capacità di raffinazione russa distrutta per il 40% dagli attacchi ucraini.

Sul debito rivendica un “sovranismo pragmatico”, con una frecciata neppure troppo velata a Salvini: “Si può essere sovranisti sparandole grosse o facendo i fatti”. L’appuntamento chiave resta il 22 settembre, quando si saprà se il rapporto deficit/Pil resterà sopra o sotto quel “benedetto 3%” che decide l’uscita dalla procedura europea.

Tra i nodi strutturali indicati per la prossima manovra, la demografia: l’Italia perde 300mila abitanti l’anno, un “deserto demografico” che “sta bussando alla porta”. Il governo, promette, interverrà con leve fiscali e contributive, ma chiede alle imprese di trattare i salari “come un investimento”. Capitolo a parte l’intelligenza artificiale, su cui punta sull’iperammortamento già introdotto. Sul dossier Mps, ribadisce che la quota del 4,8% in mano al Tesoro resta “di fatto congelata” e che il ministero è “completamente neutrale”.

Prima di lui si sono alternati sul palco Pichetto Fratin, Salvini, Bernini, Nordio, Zangrillo e Marina Calderone, che passandogli il testimone lo ha descritto scherzosamente come “uno degli uomini più corteggiati d’Italia” per la pressione dei colleghi sull’ultima legge di bilancio della legislatura.

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