C’è ancora incertezza sulla trasmissione dell’hantavirus in fase asintomatica. Se si dovesse confermare che a trasmettere l’infezione sono quasi esclusivamente persone con sintomi, data la gravità del quadro clinico, sarebbe relativamente semplice la loro identificazione e il conseguente isolamento. Rintracciare i contatti e metterli in quarantena dovrebbe permettere il contenimento dei focolai, anche se, dati i lunghi tempi di incubazione, non sarebbe una cosa veloce. Ma se a trasmettere il virus fossero anche gli asintomatici il quadro potrebbe cambiare. In peggio.

Il nodo della quarantena

Secondo l’epidemiologo del Campus Bio-Medico Massimo Ciccozzi “ci potranno essere nuovi contagi. Avendo perso il contact tracing e non avendo messo tutti i passeggeri in quarantena, il gruppo che ha lasciato la nave in anticipo può aver visto altre persone, infettandole”. Data la scarsa conoscenza della pericolosità degli asintomatici, secondo gli esperti, serviva più attenzione, soprattutto dopo il primo decesso, e mettere in quarantena tutti quelli che avrebbero potuto contagiare. Ma la nave Hondius non l’ha fatto. E anche nelle procedure di isolamento bisognava e bisognerebbe osservare tuttora un criterio cautelativo: i contatti stretti andrebbero messi in quarantena insieme e quelli non stretti isolati separatamente. Insomma, procedure simili a quelle adottate durante la pandemia di Covid: severe oggi per ridurre le emergenze domani.

Pochi test disponibili

Per la diagnosi degli hantavirus esistono kit certificati per l’uso diagnostico, ma per il virus Andes la situazione è più complessa: i test disponibili sono pochi, provengono per lo più dalla Cina e hanno tutti lo status di Ruo (Research Use Only), ovvero sono approvati esclusivamente per la ricerca e non per l’uso diagnostico clinico. Un quadro che rende tutt’altro che semplice orientarsi per i laboratori pubblici regionali, ora alle prese con l’organizzazione della risposta sulla base delle indicazioni della circolare del ministero della Salute. “Siamo in fase di screening attivo, vale a dire che stiamo intercettando le persone che sono state in contatto con i casi confermati e per questo è cruciale avere un test sensibile clinicamente – dice il microbiologo clinico Francesco Broccolo, dell’Università del Salento, responsabile UOSD Microbiologia e Virologia universitaria del P.O V. Fazzi -. Non ha senso fare il tracciamento solo nei sintomatici perché anche chi non ha sintomi potrebbe essere infettivo”. Lo dimostra, per esempio, il fatto che in uno degli 11 casi finora accertati secondo l’Oms i sintomi sono comparsi dopo che era stato eseguito il test.

Possibile la trasmissione da asintomatici

La trasmissione da asintomatici è considerata possibile anche dalla Società internazionale di ricerca sugli hantavirus (Ish) ed è documentata nell’articolo pubblicato nell’ottobre 2023 dal Robert Koch Institute di Berlino sulla rivista Emerging Infectious Diseases. Questa ricerca, in particolare, ha fornito il primo modello animale per studiare la trasmissione interumana del virus Andes, dimostrando come l’eliminazione virale inizi già dal primo giorno successivo all’infezione attraverso mucosa orale e urine. “Concentrarsi solo sui casi manifesti significa ignorare la parte sommersa della trasmissione: i pazienti asintomatici, quelli presintomatici e chi resta contagioso anche dopo la guarigione clinica – osserva Broccolo -. Nella fase prodromica, in particolare nel periodo compreso fra 3 e 10 giorni dall’infezione il paziente ha già il virus e il test molecolare è ideale per la sorveglianza attiva perché è il più sensibile – aggiunge – e si basa sul plasma perché il virus si trova soprattutto lì”. Adesso, prosegue l’esperto, “è importante intercettare i casi positivi per evitare i focolai, e questo è, appunto, il compito della sorveglianza attiva”.

Il virus non sarebbe mutato

Una notizia parzialmente rassicurante arriva però dalla sequenza genetica del virus isolato dal paziente ricoverato a Zurigo, ora liberamente accessibile: risulta simile per il 99% alla sequenza rilevata in Argentina nel 2018. A un primo esame, questo indica che il virus non ha accumulato molte mutazioni, conservando sostanzialmente la sua fisionomia originaria. “Si tratta di un dato rilevante su due fronti: da un lato – rileva l’esperto – conferma che il virus è relativamente stabile; dall’altro suggerisce che i kit Ruo attualmente disponibili, sviluppati su ceppi argentini, abbiano ottime probabilità di funzionare anche sul virus attualmente in circolazione — un margine di affidabilità diagnostica non trascurabile in attesa di strumenti certificati ad hoc”.

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