Ogni giorno, feste comandate comprese, una media 220 giovani lascia il Paese perché ha trovato lavoro altrove. Su questi due aerei quotidiani, in decollo soprattutto verso altri Stati europei o il Nordamerica, pullulano i laureati, che sono il 44,2% contro il 30,1% dei coetanei che rimangono. E così il Paese perde 16 miliardi all’anno, il valore dell’investimento pubblico per la creazione di competenze che vanno a generare valore altrove.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Strategie integrate

Nelle analisi sul percorso che dall’istruzione porta all’università e alla ricerca emerge in modo nitido il carattere trasversale delle strategie che andrebbero messe in atto per garantire al Paese una prospettiva di crescita adeguata dopo il Pnrr. È qui il cuore del Rapporto sulle «Leve della crescita», curato da Roberto Garofoli con il supporto dell’Anci (presentato sul Sole 24 Ore del 25 settembre). Nella sua sintesi più essenziale, l’idea centrale del Rapporto è che non esistono strategie settoriali in grado di svilupparsi come monadi, e non c’è un confine che separi le misure per lo sviluppo dalle politiche sociali e di welfare, spesso contrapposte nel dibattito pubblico. I capitoli dedicati a istruzione, università e ricerca lo dimostrano.

Entrate e uscite

Al vertice della piramide, sostiene il Rapporto, il fenomeno da combattere non è l’emigrazione qualificata in sé, ma il saldo negativo che alla robusta colonna delle uscite affianca numeri troppo esili sul lato delle entrate, perché in termini di attrattività l’Italia è 34esima nei 38 Paesi Ocse. Il compito di riequilibrare il conto va affidato a una cabina di regia, collocata a Palazzo Chigi e aperta a ministeri ed enti territoriali, e a un Osservatorio sull’attrattività con Istat, Banca d’Italia, Inapp e Svimez per monitorare obiettivi e risultati di una politica integrata che sul modello del Pnrr va poggiata su target precisi e tempi certi.

La ricetta

Questa governance deve occuparsi di misure specifiche, come il consolidamento degli investimenti in ricerca e la stabilizzazione delle competenze avviate con il Piano. Ma deve anche allargare lo sguardo alle politiche del lavoro, prima di tutto per riequlibrare un sistema di incentivi che oggi si concentra sull’offerta (come con i generosi sconti fiscali per gli «impatriati») ma non si occupa di spingere la domanda delle imprese (per esempio con decontribuzioni mirate a settori strategici ed aree critiche). Questa panoplia di interventi deve far tesoro di esperienze già attivate, come il modello Emilia-Romagna dei Welcome Office per gestire le pratiche di chi si stabilisce in Italia o quello tedesco del portale unico multilingue che raccoglie tutte le informazioni principali.

Ma la cosiddetta «fuga dei cervelli» è solo l’ultimo anello di una catena ancora disfunzionale, nonostante i risultati ottenuti dal Pnrr che ora andrebbero consolidati. Gli Its, che vantano un tasso di occupazione dell’84% a un anno dal diploma e una coerenza quasi totale (93%) tra percorso formativo e lavoro, hanno raddoppiato gli iscritti, ma sono ancora lontanissimi dall’obiettivo minimo dei 100mila studenti che sarebbe indispensabile per incrociare davvero la domanda delle imprese (120mila profili qualificati all’anno, nel 57% dei casi quasi introvabili). La dispersione scolastica è scesa all’8,2%, ma alle superiori il minimo sindacale di competenze matematiche è un miraggio per il 51% degli studenti (il 60% al Sud), e lo stesso accade con l’italiano alle medie. Una scuola con insegnanti non più numerosi, ma più motivati e meglio selezionati (la riforma del reclutamento è stata di fatto smontata) dovrebbe riportare l’istruzione a essere quello che non è più: un ascensore sociale essenziale in una democrazia.

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