La richiesta più ricorrente è «avere una seconda opportunità». Per riprendere una vita sui binari di una voglia di normalità, mettendo in campo semplicemente la volontà, la voglia di lavorare. Questa è la frase che alcuni detenuti hanno ripetuto a una dozzina di imprenditori e manager di aziende associate a Confimprese, nel commercio mancano circa 10mila addetti, durante un incontro organizzato per iniziare ad approfondire le opportunità che queste persone possono offrire. Per le aziende un serbatoio di lavoratori anche per un passo avanti nella sostenibilità sociale, per i detenuti una opportunità di reinserimento del valore inestimabile. Perché una volta scontata la pena si è già nel mondo del lavoro.

Il carcere di Bollate ospita 1.648 detenuti di cui circa 200 donne, mentre gli ergastolani sono 83 con 58 ultrasettantenni. Una popolazione quanto mai eterogenea e multirazziale con un’età media di circa 40 anni e molti giovanissimi under 25. Sono 208 i detenuti ammessi all’articolo 21 che nell’ordinamento penitenziario permette di uscire dal carcere per lavorare, studiare o fare volontariato. Un importante punto di partenza. Altri 46 usufruiscono del regime di semilibertà. Molti altri, 175 per la precisione, sono impiegati all’interno dell’istituto in altre attività organizzate da una decina tra cooperative e società. Le attività? Si spazia dalla piccola carpenteria metallica alla vetreria industriale, al publishing a un laboratorio di sartoria ma c’è chi lavora nel ristorazione “In galera” e non manca l’hi-tech grazie alla presenza di un laboratorio che fa parte del Cisco Networking Academy.

Dal carcere di Bollate

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Voci dal carcere…

Per questi lavoratori è normale avere un contratto a tempo determinato o indeterminato sia che lavorino all’interno che all’esterno e a tutti i detenuti viene offerta la possibilità di studiare in sezioni di scuola media, superiore oltre ai corsi universitari con il supporto di una equipe di educatori che sviluppa percorsi di istruzione, formazione e reinserimento. Un percorso che poi trova il suo naturale sbocco nel lavoro con l’articolo 21. «Il valore di dare la possibilità – dice Maila Conti, ex vigilessa -. Ho sempre lavorato, la mia vita era fondata sul lavoro, poi è arrivata la tragedia. La cosa che qui mi ha distrutto era non avere un lavoro. Noi abbiamo bisogno di fare, di aziende che ci danno fiducia, il lavoro dà dignità». Maila Conti lavora all’interno per una cooperativa ed è iscritta all’università. «Uscirò dottoressa e avrò nuove competenze lavorative. Siamo persone che vi daranno tanto. Noi abbiamo bisogno di voi» dice rivolta alla platea con i soci Confimprese.

Elena invece dice di non avere mai lavorato e di venire da una famiglia criminale. La sua via di fuga è il teatro, la recitazione. «Sono uscita in affidamento per recitare. Non perdiamo la voglia e la speranza che ci sia una seconda chance – rimarca -. In carcere è fatto di persone ed è sulle persone che si deve puntare». Recitazione ma anche tanto studio per Elena con una laurea in giurisprudenza, poi un master seguito dall’iscrizione ad Economia e Commercio «da privatista, studio con i tutor».

Alessio, oggi giovane trentenne appena scarcerato, è il testimone di come questo lavoro di squadra, unito alla capacità e volontà, può portare al successo. «Oggi (ieri per chi legge ndr) sono entrato come visitatore e non come ospite – dice -. Ci ho pensato per tutto il viaggio». Ha varcato la soglia della “casa” dodici anni fa dopo avere commesso «un reato molto grave a 18 anni e dopo avere toccato il fondo ho impiegato anni a costruire il mio futuro, investito per darmi un futuro». Nel periodo di detenzione ha letto libri, studiato Economia e Commercio, lavorato per meritarsi, conquistare l’articolo 21 prima a tempo determinato poi l’indeterminato. Una volta sul posto di lavoro «ho voluto portare valore aggiunto e dare il 100% del mio valore». C’è sempre un ma. «Il titolare dell’azienda ha pensato “abbiamo fatto un passo più lungo della gamba” quando è arrivato il momento di presentarmi ai nuovi colleghi. In una riunione sono partito dalla fine facendo vedere su Google quello che poi avrebbero fatto tutti dopo. “Questo è Alessio”. Così ho rotto le barriere e i miei colleghi sono diventati come una seconda famiglia». Alessio ha scontato la pena e oggi è un consulente nel settore HR. Un successo frutto del lavoro di squadra che coinvolge Giorgio Leggieri, direttore del carcere di Milano Bollate, Roberto Bezzi, responsabile della formazione, i suoi collaboratori oltre ai volontari e il personale della polizia penitenziaria.

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