La misura dello spaesamento nel Governo di Giorgia Meloni la dà il vicepremier leghista Matteo Salvini, con lo strappo arrivato stamattina. «Spero che chi ha attaccato – ha affermato – abbia contezza delle conseguenze e della durata» del conflitto. Non nomina Donald Trump e Benjamin Netanyahu, ma il leader del Carroccio è il primo nella maggioranza a prendere più nettamente le distanze dall’operazione “Epic Fury” che dall’Iran è dilagata al Golfo e lambisce la Turchia e Cipro, ossia la Nato e l’Unione europea. Prima di lui, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, e la stessa premier si erano limitati ad ammettere che l’aggressione a Teheran è avvenuta al di fuori delle regole del diritto internazionale.

La prudenza di Meloni e l’aggancio all’Europa

Finora la premier ha tentato l’equidistanza: silenzio totale nei primi due giorni e mezzo dall’inizio dei raid Usa-Israele contro l’Iran, continue riunioni interne, l’ottenimento dell’ok del Parlamento all’invio di aiuti militari ai Paesi del Golfo e, infine, l’aggancio con i principali partner europei. Prima nell’inedito formato E4 – Italia, Francia, Germania e Regno Unito – con cui si lavora a misure per la difesa delle navi a Hormuz e oggi in quello del gruppo di lavoro informale sulla competitività, già radunato con i tedeschi e i belgi prima del vertice di Alden Biesen. L’obiettivo evidente è non restare isolati e, soprattutto, condividere soluzioni rapide ai rincari dei prezzi dell’energia.

I timori per l’economia

La preoccupazione economica è in cima alla lista. Tutto Governo e maggioranza avrebbero voluto fuorché una nuova guerra in Medio Oriente ad alto tasso di incertezza a poche settimane dal referendum sulla riforma della giustizia e nell’anno preelettorale (le elezioni politiche sono attese nella primavera del 2027). Una crisi che rischia di vanificare il rigore nella tenuta dei conti pubblici su cui Meloni, in tandem con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha scommesso per accreditare sui mercati una “nuova” Italia che risultasse stabile politicamente e affidabile economicamente agli occhi degli investitori internazionali. I vincoli, il deficit non ancora sceso sotto il 3% del Pil e gli impegni Nato sulla spesa per la difesa da mantenere rendono strettissimi i margini di manovra italiani: quello scostamento di bilancio finora evitato potrebbe alla fine appalesarsi come l’unica strada percorribile.

L’energia sotto i riflettori

La fiducia in Trump, che assicura vicina la fine della guerra, non è venuta meno a Palazzo Chigi e dintorni, così come la convinzione che il regime teocratico di Khamenei avesse raggiunto livelli di ferocia intollerabili nei confronti di giovani e donne. Ma l’imprevedibilità del presidente degli Stati Uniti è ormai acclarata, così come la necessità, per l’Italia – media potenza manifatturiera dipendente dall’import di energia – di proteggere gli interessi nazionali. L’urgenza nel breve termine è calmierare i prezzi dei carburanti; ma nel lungo periodo, per usare le parole di Giorgetti, è evitare che l’aumento del costo dell’energia distrugga «il potere d’acquisto delle famiglie» e alteri «la competitività delle nostre imprese».

I rapporti con la Russia e i dilemmi nel Governo

Per questo l’Italia si rivolge all’Europa perché adotti «misure straordinarie» come avvenuto nel 2022 dopo lo scoppio della guerra in Ucraina e perché acceleri sulla revisione del sistema Ets già invocata da Roma a gennaio. Ma è sempre Salvini a sollevare la questione delicatissima di un alt alle sanzioni alla Russia, sanzioni su cui Meloni sinora si è dimostrata fermissima: «Spero in una presa di coscienza immediata ai vertici della Commissione Ue – ha detto il leader della Lega – e che vengano se non definitivamente cancellate, quanto meno sospese tutte le imposizioni che stanno mettendo fuori mercato alcuni nostri settori. Se lo fanno gli Usa, perché non può farlo l’Ue?».

Condividere.
Exit mobile version