L’ultimo giorno dello scorso anno è stato l’ultimo anche per la maggior parte dei negozi di Saks Off 5th, la catena dedicata a quello che gli americani chiamano off price (merce venduta con ingenti sconti), ma anche alla moda second hand, inaugurata dal gruppo statunitense nel 1990. Una scelta imposta dal fallimento del gigante dei department store Saks Global, progetto nato nel 2024 dalla fusione fra Saks e Neiman Marcus e chiuso con il Chapter 11 a gennaio, e non certo dalla crisi dell’usato, che invece è uno dei fenomeni più rilevanti e influenti dell’industria della moda dell’ultimo decennio: il mercato globale del resale toccherà i 360 miliardi di dollari entro il 2030, secondo uno studio di Bcg e Vestiaire Collective (piattaforma specializzata nella rivendita di creazioni di lusso, lanciata nel 2009), e crescerà più velocemente di quello della moda first hand. Il concorrente Vinted – nato nel in Lituania nel 2008 e oggi presente in oltre 20 Paesi, con un’offerta sempre più ampia di articoli di lusso – ha annunciato che i ricavi del 2025 (saranno presentati in aprile) probabilmente supereranno per la prima volta il miliardo di euro, in aumento del 40% rispetto al 2024.

La crescente attenzione per la sostenibilità e il riuso, il desiderio di unicità e ricercatezza, l’attrattività di prezzi più accessibili, soprattutto dopo gli ingenti aumenti dei listini post Covid, sono fattori che hanno spinto sempre più persone ad alimentare questo mercato.

Oggi, però, il second hand sembra pronto a vivere una seconda vita esso stesso, presentandosi come opportunità non solo per i consumatori, ma anche per i marchi, che con il resale possono generare una nuova fonte di ricavi. Il re-commerce di creazioni delle passate collezioni, o di capi raccolti dai clienti stessi in cambio di buoni per comprare del nuovo, è certamente un modo per dimostrare il proprio impegno per la sostenibilità, ma anche per ottenere nuove entrate, come ha sottolineato anche il recente Monitor for Circular Fashion della Sda Bocconi.

Un negozio Patagonia con l’offerta di prodotti Worn Wear

Che la formula sia un successo lo dimostrano già molti casi: il più celebre è forse quello di Patagonia, azienda fra le più sostenibili del pianeta, che già nel 2012 ha lanciato il programma Worn Wear, sviluppato in negozi dedicati e che nel 2025 ha contribuito con 13 milioni ai ricavi complessivi dell’azienda, pari a 1,47 miliardi di dollari. Con la selezione SecondHand, per ora limitata ai negozi statunitensi, Levi’s offre ai clienti la possibilità di consegnare capi usati a fronte di buoni da spendere in nuovi, stessa strategia adottata online dalle piattaforme Zalando e Farfetch.

Sembra un paradosso, ma rispetto ai marchi di lusso quelli del fast fashion sono molto più organizzati nella proposta e nella gestione del second hand: il gruppo H&M gestisce quello dei suoi marchi attraverso la piattaforma svedese Sellpy, e nel 2024 (ultimo dato disponibile) ha raddoppiato i ricavi della categoria, ancora minimi, visto che rappresentano lo 0,6% del totale. Zara, primo marchio del gruppo Inditex, ha lanciato l’offerta pre owned nel 2022 e dopo averla resa disponibile in Europa, visto il successo, nel 2024 l’ha estesa anche agli Stati Uniti.

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