La disuguaglianza di genere continua a rappresentare uno dei principali fattori di inefficienza dell’economia italiana. Nonostante livelli di istruzione sempre più elevati, le donne partecipano meno al mercato del lavoro, guadagnano meno e sostengono la gran parte dei carichi di cura familiari. Il risultato è un sistema che continua a disperdere capitale umano qualificato e a frenare il potenziale di crescita del Paese, mantenendo l’Italia tra i Paesi europei con i divari più ampi tra uomini e donne in termini di occupazione, retribuzioni e opportunità di carriera.

L’occupazione resta bassa

La partecipazione femminile al mercato del lavoro continua a rappresentare uno dei principali nodi strutturali dell’economia italiana. Con poco più del 50% delle donne occupate, l’Italia resta lontana dalla media europea del 70,8%. Ma soprattutto il 53,9% dell’occupazione femminile italiana resta 17,4 punti percentuali sotto la partecipazione al lavoro maschile (71,3%). Un divario che non è solo sociale, ma economico: significa minore utilizzo di competenze, riduzione del capitale umano disponibile e, di conseguenza, un potenziale di crescita del Paese non pienamente espresso.

Per altro il dato che dovrebbe destare preoccupazione è quello delle inattive pari a una percentuale del 43% contro il 24,9% degli uomini. Quattro donne su dieci non lavorano, non studiano e non cercano lavoro.

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Non si tratta solo di quante donne lavorano, ma anche di come lavorano. La qualità dell’occupazione femminile resta più fragile rispetto a quella maschile. Dei 4,238 milioni di contratti part-time presenti in Italia, il 74,2% è occupato da donne e una quota significativa è part-time involontario, accettato in assenza di alternative o per la necessità di conciliare lavoro e responsabilità familiari.

Questo modello occupazionale contribuisce ad ampliare altre disuguaglianze, a partire da quella retributiva: le donne guadagnano in media circa il 25,7% in meno degli uomini, con un divario che tende ad ampliarsi nel corso della carriera, secondo gli ultimi dati Inps calcolati sulla retribuzione nell’anno diviso il numero di giornate retribuite nell’anno. Sono cinque i fattori che concorrono a questo divario: l’ineguale uso del tempo, la segregazione scolastica, la segregazione orizzontale, la segregazione verticale e la vera e propria discriminazione, secondo quanto spiega la professoressa Luisa Rosti dell’università di Pavia. In particolare, fra i principali settori economici, la differenza è pari al 19,7% nelle attività manifatturiere, 23,6% nel commercio, 15,7% nei servizi di alloggio e ristorazione, 31,7% nelle attività finanziarie e assicurative. Fra le professioniste il divario retributivo sale addirittura al 45%, secondo i dati di Adepp e Confprofessioni all’interno dei rispettivi rapporti annuali.

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