L’inflazione tornata presto in scena dopo l’intensa fiammata del 2022-23 affatica i conti pubblici sul lato delle uscite, perché gonfia le spese per pensioni, assegno unico, acquisti della Pa e interessi sul debito. Ma offre anche ossigeno alle entrate, spingendo il gettito di Iva e Irpef: il motore dell’imposta sui redditi è il fiscal drag, cioè il gettito prodotto dall’aumento nominale dei redditi impegnati nell’affannosa rincorsa ai prezzi.
Tensione sui tagli al ceto medio
Il tema promette di tornare a scaldare le discussioni intorno alla manovra. Tanto più dopo che, come anticipato sul Sole 24 Ore di ieri, la riunione di maggioranza al ministero dell’Economia ha scritto un grosso punto interrogativo sul “taglio Irpef al ceto medio”, cioè sulla proposta di alzare da 50mila a 60mila euro la soglia di reddito a cui si applica l’aliquota del 33%. L’idea è cara a un fronte trasversale che va da FdI a Forza Italia. Ma è anche costosa, chiedendo 2,7 miliardi all’anno a una manovra che fuori dall’extradeficit da clausola potrebbe non superare i 7-8 miliardi in tutto, coperture permettendo. «Sul nuovo taglio Irpef bisogna assolutamente procedere», ha commentato ieri il vicepremier azzurro Antonio Tajani. «Non è stata presa ancora alcuna decisione», ha confermato il viceministro all’Economia Maurizio Leo. Il punto è politico: in discussione c’è l’idea alternativa di impegnarsi in un sostegno rivolto ad anziani e fragili, con una sorta di anticipazione a forfait per compensare le spese sanitarie, accompagnato da un fondo per la natalità, che secondo una parte della maggioranza potrebbe rivelarsi più direttamente “visibile” per i beneficiari, e produrre quindi effetti maggiori sul terreno del consenso, delicatissimo a pochi mesi da elezioni politiche più che incerte.
Più gettito, non più coperture
Il ritorno in auge del fiscal drag si inserisce in questo dibattito. Ma con una premessa obbligatoria.Il gettito da drenaggio fiscale non produce coperture. L’Irpef aggiuntiva prodotta dall’aumento nominale dei redditi entra infatti nei tendenziali di finanza pubblica, cioè nei livelli di deficit e debito a legislazione vigente calcolati dal Dpfp approvato ieri dalle Camere insieme alla relazione sullo scostamento. Arriva da lì una quota dell’aumento di gettito (+9,3%) atteso dalle imposte dirette fra quest’anno e il 2029. Nel calcolo della traiettoria di spesa netta, il fiscal drag ha un ruolo chiave per evitare la traiettoria concordata con la Ue: ma dal momento che i tendenziali seguono al millimetro la linea scritta nel Piano strutturale di bilancio, non apre la porta a spese aggiuntive. Le stime condotte al ministero dell’Economia, rimesse al centro del dibattito in Parlamento dalle domande avanzate a più riprese da Maria Cecilia Guerra (Pd), provano a pesare la nuova Irpef da drenaggio fiscale.
I numeri in gioco
Quest’anno, dovrebbe produrre 4,4 miliardi di euro, altri 3,4 miliardi arriverebbero l’anno prossimo, al 2028 sono attribuiti 2,4 miliardi e 2,8 sono messi alla casella 2029. Il gettito di ogni anno si ripete in quelli successivi, con la conseguenza che 4,4 miliardi del 2026 tornano nel 2027, 2028 e 2029, il 2027 aggiunge 3,4 miliardi ripetuti nel biennio 2028-2029 e così via. In termini cumulati, il fiscal drag porterebbe quindi 35,4 miliardi in quattro anni.Non è poco. Ma gli assestamenti in corso d’opera nei prossimi anni potrebbero restituire cifre anche maggiori. Il Documento programmatico di finanza pubblica si basa sull’inflazione registrata fino ad agosto dall’indice Foi, quello dedicato alle «famiglie di operai e impiegati», ma già l’aggiornamento di settembre, in uscita dopodomani, dovrebbe mostrare un nuovo rialzo; in una serie che molte previsioni indicano destinata a durare, a meno di oggi improbabili svolte nello scenario in Medio Oriente.Sia come sia, sul drenaggio fiscale il Dpfp scrive solo una nuova puntata di un serial che ha già conosciuto molta fortuna in anni recenti.
L’Ufficio parlamentare di bilancio ha calcolato che fra 2021 e 2023 l’inflazione ha prodotto un gettito extra da 25 miliardi all’anno, e che le riforme dell’Irpef, con i tagli di aliquota per i redditi più bassi, lo hanno compensato integralmente per chi dichiara fino a 32mila euro all’anno. Ma senza l’indicizzazione degli scaglioni, l’effetto si rinnova ogni anno; e senza nuovi interventi sull’Irpef colpisce le fasce basse, prima tutelate, come il ceto medio finora lasciato senza paracadute.

