Abiti per la vita: la settimana parigina della moda maschile – lunga e fitta, a confronto del magro fine settimana milanese – si apre con questa riflessione. Ovvia? Certamente: gli abiti sono elemento portante dell’esistere, dal punto di vista materiale come da quello simbolico. Pensare ad abiti per la vita nella dimensione del fashion show, però, ha un certo peso, nella congerie attuale della società dello spettacolo. Implica una idea di normalità, di forma che risponde alla funzione evitando i molti, troppi nonsense che ultimamente hanno imperato.
Questo non elide una certa grandeur, va detto, che da Louis Vuitton, ad esempio, è prassi. Eppure, nonostante il coro gospel, la casa tutta trasparente al centro del set – tra Giappone e California, più negozio di arredi che luogo da abitare – nonostante il profluvio di bauli – alcuni, in vetro dipinto, sinceramente sensazionali – anche il direttore creativo Pharrell Williams pare voler esplorare una dimensione più quieta e funzionale del superlusso per super-ricchi. Le note della collezione, che si intitola Timeless, parlano di tessuti termoregolanti, di luminosità futuristiche. Si leggono idee di uniforme e sartorialità, in una palette neutra e beige quella invero molto Pharrell. Lo show è lungo e inevitabilmente ripetitivo, ma non particolarmente coeso. La vita, certo, non lo è. Quel che colpisce, piuttosto, è la sensazione di una operazione laboratoriale, meccanica, sicché gli abiti per la vita di vita ne hanno ben poca.
Per Ryota Iwai, in arte Auralee, il rifiuto di qualsivoglia garrula esuberanza è un tratto identitario. Con una calma piena di energia, fa cose che a prima vista appaiono scontate – blouson di pelle, cappotti liquidi, jeans, pullover – ma che se meglio osservate rivelano la capacità rara di trattenere e facilitare gesti: un certo modo di mettere le mani in tasca, di lasciare che un pullover cada sui fianchi. Realtà, con un tocco di magia e molta sottigliezza. Qui la vita c’è, senza tanto teatro.

