Tutti assolti perché il fatto non costituisce reato gli 8 imputati per abuso edilizio e lottizzazione abusiva nella prima sentenza arrivata dopo una delle tante indagini aperte dalla Procura di Milano sulla gestione urbanistica, ovvero il caso del grattacielo Torre Milano di via Stresa. Lo ha deciso la giudice Paola Braggion della settima sezione penale. La pm Marina Petruzzella aveva chiesto 8 condanne e anche la confisca della Torre.

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Le grandi inchieste sull’urbanistica che hanno caratterizzato – e colpevolizzato – Milano negli ultimi due anni sembrano avere così una battuta d’arresto. L’anno scorso il filone legato alla corruzione era già stato smontato dal tribunale del Riesame, che dopo un mese dagli arresti in custodia cautelare aveva rimesso in libertà gli indagati (tra cui l’ex assessore all’Urbanistica Giancarlo Tancredi e l’ad di Coima Manfredi Catella); oggi la sentenza assolve tutti dal reato di abuso edilizio.

Da ricordare che si tratta del primo e solo caso arrivato a sentenza, e che siamo soltanto al primo grado di giudizio: la strada processuale è ancora lunga. Tuttavia non si può non dare a questo passaggio il valore di uno stop, visto che proprio da questa sentenza Milano si aspettava un’indicazione normativa in sostituzione di quello che la politica non è riuscita a fare. Il cosiddetto “Salva Milano”, ad esempio, è morto nel dibattito parlamentare un anno e mezzo fa – e proprio a seguito dell’inchiesta sulla presunta corruzione che ha impedito un dibattito sereno.

Andiamo al caso. Per la procura di Milano, supportata nelle indagini dal Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf, per costruire Torre Milano di via Stresa, alta 80 metri e 24 piani, è stata usata una “Scia con atto d’obbligo”, ossia un’autocertificazione, invece che un Piano attuativo con convenzione urbanistica, che avrebbe preso in considerazione gli annessi servizi da garantire nell’area. Secondo la pm Marina Petruzzella, una nuova costruzione fu fittiziamente fatta passare per una ristrutturazione.

Questa valutazione d’indagine è la base di molti altri casi: il Comune di Milano, secondo gli inquirenti, non avrebbe tenuto conto della legge sull’Urbanistica ancora valida (la legge Ponte degli anni Quaranta) preferendo “aggirare” le norme sulla ristrutturazione che imporrebbero invece il mantenimento di una sagoma simile a quella precedente (in sostanza: non si può fare un grattacielo al posto di un capannone) e, in casi di grandi modifiche agli spazi circostanti, di avvalersi di un Piano attuativo o di un Permesso a costruire. Per i sostenitori del “modello Milano” invece il Testo Unico dell’Edilizia degli anni Duemila legittimerebbe tali costruzioni.

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