Senza i necessari e urgenti provvedimenti, l’industria della moda italiana rischia di perdere 19 miliardi di fatturato, 35mila posti di lavoro e 4.600 aziende, con un calo di 5 miliardi di contribuzione al Pil nazionale e mancati 6,6 miliardi di gettito fiscale. Per evitare la realizzazione di questo scenario, delineato con i numeri dello studio della LIUC Business School, la scuola di management della LIUC – Università Cattaneo di Castellanza, Confindustria Moda e Confindustria Accessori Moda hanno presentato, alla Camera dei Deputati, le “Linee Guida del Piano Industriale per il Sistema Moda Italia” da loro redatto, in occasione dell’evento “L’impatto delle crisi globali sul Made in Italy. Prospettive e interventi per il comparto della moda”, alla presenza del ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso.

Sei i punti più urgenti da affrontare, cuore delle proposte di Confindustria Accessori Moda e Confindustria Moda, prevedendo un investimento complessivo di 4 miliardi di euro: incentivare innovazione e investimenti; sviluppare il welfare aziendale; promuovere marketing e internazionalizzazione; favorire transizione digitale e green; rendere più flessibile l’accesso al credito; potenziare istruzione, formazione e ridurre i costi energetici. In questo modo, l’industria della moda potrà registrare una crescita di 30 miliardi di fatturato, aumentare di 57mila i posti di lavoro e di 6.200 il numero di aziende, contribuendo al Pil nazionale con 8,7 miliardi aggiuntivi e alimentando un gettito fiscale aggiuntivo di 11,5 miliardi.

«Il Piano strategico di Confindustria Accessori Moda e Confindustria Moda è in sintonia con quanto abbiamo delineato nel Libro Bianco “Made in Italy 2030”, che riconosce la necessità di consolidare il sistema della moda italiana, valorizzando il nostro patrimonio di eccellenza, qualità e creatività e rafforzando una strategia condivisa tra imprese, distretti e istituzioni – ha dichiarato in occasione dell’evento Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy – . Solo con filiere pienamente integrate possiamo affrontare le sfide globali e accrescere la competitività del Made in Italy. In questa direzione sono state predisposte le misure strutturali a sostegno del comparto, concordate nel Tavolo Moda che abbiamo istituito all’inizio della legislatura, di cui il nuovo Piano Transizione 5.0 è un asset importante, con una dotazione di dieci miliardi nei prossimi tre anni, a cui si aggiungono i contratti di sviluppo e i mini-contratti di sviluppo, il Fondo di Garanzia per le PMI, la Nuova Sabatini, gli interventi sulle fibre tessili naturali e riciclate, il rafforzamento del credito d’imposta per i campionari e il sostegno del passaggio generazionale delle competenze nel recente disegno di legge sulle PMI. Ora dobbiamo predisporre misure ancora più significative per facilitare le aggregazioni e la crescita dimensionale delle imprese, fattore assolutamente centrale soprattutto nel comparto della moda, anche sulla base di quanto già predisposto con CdP, Invitalia e Sace. È questo il momento di crescere, consolidando la filiera e, nel contempo, conquistando i nuovi mercati che si aprono con la sottoscrizione degli accordi di libero scambio, dal Mercosur al Messico, dall’India all’Australia».

Durante il dibattito, i presidenti delle due Federazioni hanno sottolineato come, in un contesto internazionale incerto e competitivo, serva una politica industriale dedicata per sostenere le filiere del tessile, abbigliamento e accessori, settori chiave della manifattura italiana per occupazione, innovazione e valore economico.

«La forza della moda italiana nasce dai distretti e dalle piccole e medie imprese che ne costituiscono l’ossatura, una rete produttiva unica al mondo capace di coniugare tradizione manifatturiera, innovazione e radicamento territoriale – ha notato Giovanna Ceolini, presidente di Confindustria Accessori Moda – . Difendere questa filiera significa proteggere competenze, lavoro e identità, ma anche garantire la tenuta economica e sociale di interi territori. Senza interventi concreti rischiamo di disperdere un patrimonio costruito nel tempo, fatto di saperi e professionalità che non sono replicabili altrove. In un contesto sempre più instabile, rafforzare la filiera della moda italiana non è solo una scelta economica, ma una scelta strategica per il futuro del Paese, per sostenere la competitività, preservare il Made in Italy e investire in un modello produttivo che il mondo ci riconosce e ci invidia».

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