Giorgia Meloni affronta una delle prove più delicate del suo mandato. 
Per la prima volta dal suo insediamento, la presidente del Consiglio varcherà la soglia della Camera e del Senato reduce da una sconfitta politica interna — la débâcle referendaria — ma con l’intenzione di trasformare l’informativa al Parlamento in un manifesto di rilancio. Al centro del suo discorso non ci sarà solo la politica interna, ma una postura internazionale più assertiva e autonoma: autonoma da Trump e da Israele, per quanto possibile.

Nelle ultime 48 ore, la premier ha limato ogni passaggio del suo intervento insieme allo staff. Il messaggio è chiaro: non esiste una “fase 2”, ma una prosecuzione dell’azione di governo – che ora però rivendica il diritto di dissentire dagli “alleati storici” quando gli interessi nazionali sono in gioco. Una linea che si è fatta concreta nella condanna delle “azioni irresponsabili” di Israele in Libano, specialmente dopo l’attacco a un convoglio Unifil italiano, e nella presa di distanza dalle inaudite minacce di Donald Trump all’Iran.

Il primo ministro ungherese Viktor Orban e il vicepresidente USA JD Vance (AFP)

Il nuovo corso emerge anche dall’accoglienza fredda riservata all’endorsement che arriva in queste ore da JD Vance

Il vicepresidente degli Stati Uniti, da Budapest, ha lodato la collaborazione “dietro le quinte” di Meloni sulla crisi ucraina, ma ha riservato a Viktor Orbán il ruolo di partner più utile. “Molto utili sono stati partner come Meloni e, più di tutti, Orbàn, perché ci ha spinto a comprendere entrambe le parti”. Parole che tra i banchi di Fratelli d’Italia hanno suscitato un certo imbarazzo, il che segnala un distacco tattico dalle posizioni più radicali della destra americana ed europea.

Le opposizioni, tuttavia, restano all’attacco. 

Mentre Matteo Renzi accusa la premier di voler “buttarla sulla politica estera” per distogliere l’attenzione dalle conseguenze politiche del referendum, Elly Schlein la incalza sulle politiche economiche europee e sul debito comune. La leader del PD chiede a Meloni di scegliere l’interesse dell’Italia e dell’Europa rispetto ai legami ideologici con Trump e Orbán. In un clima di attesa per possibili colpi a sorpresa, la giornata parlamentare si annuncia come uno snodo cruciale per definire pesi e contrappesi della maggioranza verso la fine della legislatura.

l viceministro della giustizia Francesco Paolo Sisto

l viceministro della giustizia Francesco Paolo Sisto (LaPresse)

Il capitolo Giustizia

La giustizia italiana, nel frattempo, tenta di lasciarsi alle spalle il clima di scontro post-referendario per inaugurare una fase di pragmatismo e ascolto. L’occasione per delineare questo nuovo corso è stata il convegno “Quale giustizia dopo il referendum?”, dove il viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha ufficializzato l’intenzione di convocare magistrati e avvocatura a via Arenula per un confronto diretto sulle riforme.

L’approccio proposto dal governo segna una rottura con le grandi riforme sistemiche del passato, spesso rivelatesi infruttuose o divisive. La nuova linea si concentra su misure mirate per settore, sia nel civile che nel penale, per migliorare l’efficienza senza stravolgimenti ideologici. La recente riorganizzazione del ministero, seguita alle dimissioni di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, pone il gabinetto al centro del dialogo come punto di raccordo tecnico tra politica, magistratura e avvocatura. 

Le opposizioni saranno in piazza con la Cgil per i eferendum (@web)

Magistratura, avvocatura e il dissidio sulla Corte dei Conti

Giuseppe Tango, neo-presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM), mostra un’apertura significativa dichiarando che le toghe “non si sottraggono al confronto” e sottolineando l’urgenza di abbassare i toni per evitare delegittimazioni istituzionali. Sulla stessa lunghezza d’onda il presidente del Consiglio Nazionale Forense (CNF), Francesco Greco, che conferma la necessità di un tavolo di lavoro congiunto.

Nonostante il clima di apparente distensione, restano aperti i fronti di scontro. 
L’ANM ha infatti manifestato contrarietà rispetto alle ultime manovre riguardanti la Corte dei Conti. Il governo ha ridotto i margini della responsabilità per colpa grave, limitando i casi in cui i funzionari pubblici possono essere perseguiti per danno erariale a violazioni manifeste della legge. 

L’obiettivo del governo è superare la cosiddetta “paura della firma” per accelerare l’attuazione dei progetti, specialmente quelli legati al PNRR. Parallelamente, è stato ridotto il controllo concomitante, cioè quello svolto dai magistrati contabili durante l’esecuzione delle opere, potenziando invece il controllo preventivo sugli atti. 

Una legge delega affida inoltre all’esecutivo il compito di riorganizzare l’efficienza interna della Corte e di introdurre coperture assicurative obbligatorie per i dipendenti pubblici. Queste misure hanno suscitato la netta opposizione dell’ANM, che denuncia un indebolimento dell’indipendenza della magistratura contabile e una riduzione dei presidi di legalità sulla gestione del denaro pubblico, ritenendo tali interventi contrari allo spirito del recente referendum.

Giuseppe Tango nuovo presidente dell’Anm (Lapresse)

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