Il taglio all’indicizzazione delle pensioni è in formato maxi, proporzionale alle prospettive dell’inflazione evocate dal +5,4% indicato ieri dalla stima preliminare dell’Istat. E serve a rafforzare una struttura delle coperture che poggia sul pilastro altrettanto robusto della cura fiscale rivolta a banche, assicurazioni e società dell’energia. Ma sull’altare della manovra deve pagare pegno anche la pubblica amministrazione, su cui si attiva un nuovo freno del 25% al turn over del prossimo anno. Mentre magistrati e professori universitari si vedono scritto per legge il criterio della «media ponderata» per ridurre il peso dei loro adeguamenti stipendiali, moltiplicato dalla «media semplice» decisa per le toghe dalle sentenze della giustizia amministrativa.
Dopo quasi tre giorni di lavorio su norme e numeri, il testo bollinato della legge di bilancio è arrivato al Quirinale, che ha autorizzato l’invio alle Camere. Nei loro contenuti principali, i 157 articoli della manovra confermano le anticipazioni della vigilia. Ma come sempre accade per la regina delle leggi dell’anno, è la lettura puntuale dei testi definitivi a misurare il peso reale degli interventi.
Il taglio dell’indicizzazione delle pensioni
A spiccare, tra gli altri, è il taglio all’indicizzazione delle pensioni, cioè al meccanismo che aggancia il valore degli assegni all’andamento dell’inflazione. Il nuovo colpo d’accetta rispecchia l’impostazione seguita tre anni fa, nella scorsa fiammata inflattiva. Il meccanismo non agisce per scaglioni di reddito, ma come la scorsa volta riduce l’indicizzazione su tutta la pensione a seconda dell’importo dell’assegno. A seguire fedelmente la corsa dei prezzi saranno ancora una volta solo le pensioni fino a 4 volte il minimo, cioè entro i 2.479,2 euro lordi al mese.
Entro questa soglia, va ricordato, si attesta l’ampia maggioranza delle pensioni italiane. Ma sopra iniziano i dolori, che crescono insieme al valore dell’assegno. Per quelli tra quattro e cinque volte il minimo, l’indicizzazione è all’85%, ma poi scende rapidamente al 53% nella fascia fra cinque e sei volte il minimo per crollare al 32% sopra le dieci volte. Per le pensioni più alte, quindi, il taglio alla rivalutazione è del 68%.
Le risorse per la nuova quota 100
Le briglie messe a questa spesa previdenziale serviranno anche a coprire il fondo per la flessibilità in uscita, che la Lega chiede di destinare alla nuova «quota 100». L’accantonamento vale 2,55 miliardi nel triennio, perché gli 850 milioni annunciati fin qui si ripetono in ciascuno dei prossimi tre anni. Una cifra importante, che promette di accendere ulteriormente il dibattito fra il Carroccio e chi, a partire da FdI, chiede di dedicarla all’aumento delle minime invece che alle uscite anticipate.

