Ad appena una settimana di guerra all’Iran avviata da Donald Trump e Benjamin Netanyahu, si è quasi fermato il traffico nello Stretto di Hormuz – passaggio chiave tra Iran e Oman attraverso cui transita circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. 
Anche se lo stretto non è ufficialmente chiuso, centinaia di navi restano in attesa per il timore di attacchi: diversi mercantili sono stati colpiti e almeno un marinaio è morto.

Le conseguenze si sono viste subito sui mercati energetici: i futures sul greggio statunitense sono aumentati del 36% in una settimana e hanno continuato a salire dopo l’appello di Trump alla resa incondizionata dell’Iran. Secondo analisti ed esperti energetici, se la situazione dovesse durare settimane potrebbe provocare la più grande interruzione quotidiana della produzione di petrolio mai registrata.

Il conflitto tra Stati Uniti e Iran ha provocato uno shock energetico globale paragonabile alle grandi crisi petrolifere degli anni Settanta.

Il sistema energetico mondiale oggi è però più resiliente rispetto a allora: gli Stati Uniti sono diventati esportatori di petrolio, le energie rinnovabili sono cresciute e il commercio internazionale dell’energia è più flessibile. Questo non significa che le economie siano al riparo dalle conseguenze. Molti Paesi restano vulnerabili agli shock sui prezzi dell’energia. L’Europa rimane esposta nonostante negli ultimi anni abbia diversificato le forniture, sviluppato molto le energie rinnovabili e il mercato del gas naturale liquefatto.

Quando i prezzi del petrolio e del gas aumentano in modo prolungato, l’effetto tende a trasmettersi rapidamente ai costi industriali, all’inflazione e alle prospettive di crescita economica. Ma i rincari dei carburanti in Italia nei primi giorni di marzo 2026, quindi subito dopo l’inizio del conflitto in Iran, non sono spiegabili esclusivamente con l’aumento del prezzo del petrolio, ma sembrano riconducibili per lo più alla speculazione.

Un’analisi del Centro studi di Unimpresa mostra che tra il primo e il 9 marzo il prezzo del diesel è aumentato del 25,8 per cento, mentre nello stesso periodo il Brent è salito del 24 per cento. Ma soprattutto, l’aumento osservato alla pompa del gasolio è stato quasi il doppio di quello teoricamente giustificabile dal costo della materia prima, con una componente speculativa stimata tra 8 e 20 centesimi al litro, che può arrivare fino a 35-50 centesimi nelle stazioni autostradali. Secondo i dati dello studio il prezzo del gasolio è passato da 1,59 euro al litro il primo marzo a 2 euro il 9 marzo, mentre la benzina è salita nello stesso periodo da 1,68 a 1,84 euro al litro. L’aumento del diesel, pari a 41 centesimi, è nettamente superiore a quello della benzina, fermo a 17 centesimi, pur derivando entrambi dallo stesso greggio.

Un altro elemento riguarda il ruolo delle scorte: gran parte del carburante venduto nei primi giorni di marzo era stato raffinato con greggio acquistato settimane prima, quando il Brent oscillava tra 70 e 77 dollari al barile. I listini però, sono stati aggiornati immediatamente come se il carburante fosse già stato prodotto con petrolio a 93 dollari, generando un margine aggiuntivo che non corrisponde in alcun modo ai costi effettivamente sostenuti.

Anche la struttura del mercato italiano contribuisce a rendere possibile questa dinamica. 
Il settore è dominato da pochi grandi operatori e la domanda è relativamente rigida, soprattutto per il diesel utilizzato da autotrasporto e logistica: gli aumenti vengono amplificati nei momenti di tensione geopolitica, mentre i ribassi vengono trasferiti ai consumatori solo in parte.

La trasmissione dei prezzi del greggio ai carburanti in Italia, ricorda Unimpresa, è fortemente asimmetrica: quando il petrolio sale i listini alla pompa si adeguano in 24-72 ore, mentre quando scende il calo arriva con ritardi di 2-4 settimane. Questo fenomeno, noto come ‘rocket and feather‘, cioè prezzi che salgono come razzi e scendono come piume, genera utili stimabili tra 3 e 7 miliardi di euro l’anno lungo la filiera petrolifera. 

Extra-profitti per le imprese petrolifere ed extra-costi per tutti gli altri.

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