Un uomo viene arrestato nel cuore della notte. È trascinato da un luogo all’altro, interrogato, esposto, giudicato. Attorno a lui si mette in moto una macchina efficiente impersonificata dall’autorità religiosa e dal potere politico, sostanziata da rituali pubblici, parole solenni e legittimata dall’approvazione popolare. La folla che osserva rumoreggia e, infine, grida a una sola voce: “Crocifiggilo”. Tutto procede secondo un copione riconoscibile. C’è chi ha il potere di decidere, c’è una procedura che si dispiega, c’è perfino una forma di consenso collettivo che accompagna l’esito finale. Nulla sembra consegnato al puro arbitrio. E tuttavia, proprio lì, nel punto in cui l’ordine mostra il suo volto più compatto e più solenne, dove la giustizia formale sembra trionfare si consuma uno dei più radicali fallimenti della giustizia sostanziale che la nostra memoria custodisca.

Il processo a Gesù è l’immagine stessa del paradosso. Un paradosso che continua a inquietare. Perché non mostra, tanto, che cosa accade in assenza di regole, ma che cosa può accadere quando sono solo le regole a contare. Non ci dice, come farà Thomas Hobbes molti secoli dopo, che l’ingiustizia nasce dal caos, dall’anarchia, dalla sospensione della legge. Ci dice qualcosa di più scomodo. Che la giustizia può presentarsi con tutte le sue forme esteriori, parlare il linguaggio della legalità, muoversi entro procedure riconosciute e tuttavia fallire drammaticamente.

La giustizia delle forme

Nella Siviglia del Cinquecento, negli anni più duri della Santa Inquisizione, Cristo ritorna sulla terra. Lo racconta Dostoevskij nella leggenda del Grande Inquisitore. Gesù semplicemente torna e cammina tra la gente, compie gesti di misericordia. Ma viene riconosciuto e subito arrestato. Nuovamente. Di notte, nella sua cella, riceve la visita del vecchio Inquisitore che parla – un lungo, lucidissimo e terribile monologo – e spiega a Gesù che il suo errore, allora come adesso, è stato quello di aver creduto troppo nell’uomo. Di avergli consegnato la libertà come un dono, quando per la maggior parte degli esseri umani essa è soprattutto un peso. Gli uomini, dice il vecchio, non desiderano davvero essere liberi. Desiderano piuttosto qualcuno che li sollevi dall’angoscia della scelta, che dica loro che cosa è bene e che cosa è male, che trasformi l’incertezza in obbedienza. Per questo, aggiunge, la Chiesa ha distorto il messaggio evangelico originario. Lo ha tradito per renderlo praticabile, lo ha disciplinato per renderlo sostenibile. Ha edificato un ordine fondato sull’autorità, sul mistero, sul miracolo. Un ordine che consola, protegge, stabilizza. Un ordine che, tutto sommato, funziona.

Cristo, questa è la posizione dell’Inquisitore, non deve essere eliminato perché ingiusto, ma perché eccedente. Perché la sua sola presenza manda in crisi un sistema che ha imparato a reggersi da sé, a produrre stabilità, a distribuire rassicurazione in cambio di docilità. È una delle intuizioni più vertiginose di Dostoevskij. Non sempre è l’ingiustizia a minacciare l’ordine, talvolta è la giustizia stessa a farlo vacillare.

Il processo della Croce e il Grande Inquisitore dialogano tra loro a distanza. Si illuminano a vicenda. In entrambe le storie, l’ingiustizia non nasce dall’assenza della legge, ma dal suo impiego all’interno di una razionalità che si ritiene autosufficiente. Non è il caos a produrre la vittima, ma un ordine che si pensa necessario. Non è l’arbitrio nudo e brutale, ma una forma di organizzazione del mondo che non tollera ciò che eccede il calcolo e la disciplina.

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