Viviamo in un mondo in cui veniamo costantemente bombardati da immagini di corpi all’apparenza perfetti, routine irraggiungibili sui social network e rigide regole su quali alimenti siano “giusti” o “sbagliati”. In questo rumore di fondo, la parola dieta si trasforma in sinonimo di restrizione e punizione, lo specchio in un nemico e il cibo, a volte, nell’unico scudorapido per proteggersi da ansia, rabbia o tristezza.

Come tanti fenomeni che “sono sempre esistiti” ma che si sono aggravati con l’avvento del digitale di massa, assumono sempre più importanza iniziative di sensibilizzazione come la Giornata del Fiocchetto Lilla (15 marzo), dedicata ai disturbi del comportamento alimentare.

Skuola.net – che da sempre ha a cuore il benessere psico-fisico dei più giovani – ha deciso di fornire a ragazze e ragazzi una vera e propria bussola per orientarsi in questo ambito complesso attraverso i consigli di un vero medico dietologo, Francesca Dominici.

La Giornata del Fiocchetto Lilla ci ricorda che i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione riguardano il modo in cui una persona vive il proprio corpo, le proprie emozioni e il rapporto con il cibo. Spesso queste difficoltà iniziano in silenzio.

Rompere questo silenzio è fondamentale per capire che soffrirne non è una debolezza, non è una scelta e non è qualcosa di cui vergognarsi, ma è una condizione che merita profondo ascolto, comprensione e cura.

Ridefinire la parola “dieta”: la nutrizione equilibrata non è una punizione

Soprattutto tra i più giovani, la parola “dieta” evoca immediatamente rinunce, restrizioni e numeri sulla bilancia. In realtà, l’origine del termine significa semplicemente “modo di vivere”.

Per costruire un rapporto equilibrato con l’alimentazione bisogna interiorizzare che il cibo non è un premio né un castigo, ma è nutrizione, cultura, relazione e piacere. La nostra salute non si può misurare con un singolo numero sulla bilancia.

Evitare la trappola dei social network e dei finti “trend”

Su TikTok e Instagram siamo bombardati da corpi e routine all’apparenza perfetti, ma spesso questi contenuti sono sapientemente costruiti o estremizzati. Ad esempio, i video “What I eat in a day”, non mostrano la quotidianità e ignorano che ogni corpo ha bisogni, età e metabolismi diversi.

Per non lasciarsi influenzare, di fronte a un contenuto che parla di alimentazione, è utile farsi tre domande: l’autore è un professionista qualificato? Sta fornendo un contesto o sta solo mostrando un risultato? Mi fa sentire informato oppure inadeguato? Ebbene, se ci fa sentire perennemente sbagliati, non si tratta di informazione ma di pressione psicologica.

Sfatare il mito dei cibi “buoni” e dei cibi “cattivi”: un pasto non fa prova costume

Dividere gli alimenti in “giusti” (un piatto considerato sano) e “sbagliati” (ad esempio dolci, pizza o junk food) genera solo sensi di colpa. Questa mentalità del “tutto o nulla” è molto pericolosa perché rende i cibi proibiti ancora più desiderabili e ci fa sentire dei falliti quando li consumiamo.

La verità è che un singolo pasto non definisce la salute, e l’alimentazione sana è fatta di equilibrio nel tempo, non di perfezione. Il cibo è anche uno strumento per vivere momenti di normalità e piacere.

La “fame emotiva” 

Ansia, noia, rabbia o tristezza possono incidere anche sul modo in cui mangiamo. Riconoscerlo è importante, e non deve essere motivo di vergogna.

Il cibo, infatti, non è solo nutrizione: può assumere anche una funzione emotiva. La criticità emerge quando diventa la risposta prevalente o l’unica strategia disponibile per regolare emozioni difficili.

Fermarsi a riflettere su ciò di cui abbiamo bisogno in quel momento può aiutarci a rispondere con maggiore consapevolezza. A volte la risposta è il cibo. Altre volte può essere ascolto, vicinanza, riposo, movimento o uno spazio per riconoscere ciò che stiamo provando.

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