Boom di accessi al Bambino Gesù
Secondo quanto riferisce Stefano Vicari, responsabile di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e professore ordinario di Neuropsichiatria infantile all’Università Cattolica del Sacro Cuore, l’emergenza presa in carico nell’ospedale pediatrico della Santa Sede è più che decuplicata in 15 anni. «L’aumento delle richieste di aiuto emerge anche dall’esperienza clinica del Bambino Gesù – spiega infatti-: le consulenze neuropsichiatriche effettuate in Pronto soccorso sono passate dalle 155 del 2011 alle 1.675 del 2025. Nello stesso periodo, gli accessi per autolesionismo, ideazione suicidaria e tentato suicidio sono passati da 12 a 445. Questi numeri – prosegue Vicari – ci dicono che la sofferenza psicologica di bambini e adolescenti arriva sempre più spesso fino all’emergenza. Non dobbiamo alimentare allarmismi, ma nemmeno minimizzare i segnali di disagio: l’autolesionismo, il ritiro, la disperazione o le frasi sul non voler più esserci vanno presi sul serio. Chiedere a un ragazzo se pensa alla morte non gli mette in testa l’idea del suicidio, ma può offrirgli l’occasione di raccontare la propria sofferenza. La prevenzione significa intervenire prima che quella sofferenza diventi un’emergenza, ma anche garantire che quando un ragazzo o una famiglia chiedono aiuto trovino servizi capaci di offrire una risposta tempestiva e adeguata».
Telefono Amico Italia: +24% richieste in 6 mesi
Un’emergenza giovani si ricontra poi nei dati riferiti dal Telefono Amico Italia, che dalla Giornata del 10 settembre estenderà sulle 24ore il servizio di ascolto. “Per la prima volta – annunciano dall’associazione – i nostri volontari saranno disponibili sempre, 365 giorni all’anno e H24, per chi sperimenta una fragilità emotiva o si trova alle prese con un pensiero suicidario”.
I dati del resto sono allarmanti: oltre 4.200 persone hanno chiesto aiuto al Telefono Amico Italia nei primi sei mesi del 2026, perché attraversate dal pensiero del suicidio o preoccupate per un proprio caro, pari ben il 24% in più rispetto allo stesso periodo del 2025.
E a preoccupare sono soprattutto i più giovani: la maggior parte delle richieste d’aiuto, il 53%, arriva, infatti, dagli under 35. Le fasce d’età che più hanno contattato Telefono Amico Italia con segnalazioni relative al suicidio, in tutti e tre i canali d’ascolto, sono state quelle 19-25 anni e 26-35. I 19-25enni rappresentano il 20,5% di chi ha telefonato, mentre il 19% appartiene alla fascia 26-35. Il 30% di chi ha scritto su Whatsapp ha tra i 19 e i 25 anni e il 20% tra i 26 e i 35. Infine, tra chi ha scritto al servizio email il 25% ha tra i 26 e i 35 anni e il 17,5% tra i 19 e i 25.
I segnali da cogliere
«La prevenzione più efficace – spiega la neuropsichiatra Michela Gatta, Direttrice della Neuropsichiatria infantile dell’Azienda Ospedale-Università di Padova– consiste nell’intercettare presto il malessere dei giovani, con una rete che tenga insieme famiglia, scuola, pediatria, neuropsichiatria infantile, servizi territoriali e pronto soccorso. È utile anche ridurre lo stigma con una comunicazione pubblica chiara: chiedere aiuto non è un fallimento o un atto inutile, ma una misura di tutela e protezione».
I segnali di allarme più importanti a cui prestare attenzione sono «i cambiamenti evidenti e persistenti sul piano emotivo comportamentale e sociorelazionale: calo del rendimento, irritabilità o tristezza marcate, insonnia, perdita di interessi, verbalizzazioni di autosvalutazione, ritiro sociale, donazione o messa in ordine “improvvisa” di oggetti personali, autolesioni, abuso di alcol o sostanze e riferimenti diretti o indiretti alla morte come soluzione», aggiunge Gatta. «Per genitori, insegnanti e coetanei – conclude – il punto chiave è prendere sul serio ogni cambiamento improvviso, anche quando il ragazzo o la ragazza minimizzano. Per i giovani e le giovani è difficile chiedere aiuto, perché spesso si teme giudizio, punizione, incomprensione o derisione. In molti casi pesa anche la vergogna, il timore di deludere la famiglia, la sfiducia nel fatto che un adulto possa davvero capire, oppure la paura che parlare faccia perdere il controllo della situazione. Il risultato è che la sofferenza psichica resta inespressa/misconosciuta fino a quando non diventa urgente, ed eventualmente agita, soprattutto nei giovani, in modo impulsivo».

