Tra meno di vent’anni i pazienti di tutto il mondo potrebbero farsi regolarmente operare al cuore in remoto, da chirurghi che si troveranno anche a decine di migliaia di chilometri di distanza. In tempo reale, ovunque vivranno e a prescindere dal loro ceto economico e sociale. Una prospettiva concreta di trasversalità e democratizzazione delle cure.
Ecco uno degli esiti più interessanti della chirurgia robotica. Una vera e propria globalizzazione delle competenze, che nessun ospedale può e potrà garantire da solo. Il robot che già oggi ci assiste in sala operatoria, quindi, non solo renderà il nostro gesto chirurgico sempre più preciso e meno impattante, ma ci consentirà altresì di portare le competenze specialistiche anche a (lunga) distanza. Da cardiochirurgo mi resta solo un dubbio: se la tecnologia riduce le distanze tra chirurgo e paziente, riusciremo ad evitare che cresca la distanza umana tra chi cura e chi viene curato?
Lo standard di domani
In verità, quello che diventerà lo standard è già stato sperimentato da diverso tempo. Era il 2001 quando, con l’Operazione Lindbergh, si realizzò il primo intervento chirurgico transatlantico della storia, tra New York e Strasburgo. Una colecistectomia (rimozione della cistifellea) eseguita a oltre 7000 chilometri di distanza, per cui fu necessario allestire una costosissima rete su misura. Oggi, grazie a 5G, reti satellitari e internet ultraveloce, quel sogno potrebbe diventare pratica clinica. Certo, per la chirurgia cardiaca le cose sono un po’ più complesse: il cuore è un organo potentissimo e delicatissimo allo stesso tempo. Non ci dimentichiamo però che tecnologia e cardiochirurgia procedono insieme da sempre: la prima sutura cardiaca è del 1895, il primo intervento a cuore aperto del 1952, il primo con tecnologia robotica del 1998. Tre momenti chiave, in cui si è rivelata determinante l’evoluzione della strumentistica a disposizione del chirurgo. Senza la quale non sarebbe stato possibile ampliare sempre di più le sue capacità di intervento.
Le procedure mininvasive
Oggi quel percorso ha raggiunto un punto nuovo. La Food and Drug Administration americana prima (gennaio 2026) e la Comunità Europea poi (settembre 2026) hanno infatti approvato l’utilizzo del sistema chirurgico robotico da Vinci 5 anche per specifiche procedure cardiochirurgiche mininvasive, come la riparazione della valvola mitrale. Secondo alcuni dati sono circa 20 milioni gli interventi eseguiti nel mondo con questa tecnologia. Di questi, oltre 140mila sono stati interventi cardiaci. Un dato destinato inevitabilmente ad aumentare.
La cardiochirurgia robotica è una tecnica che riduce il trauma ai tessuti, fa sentire meno dolore, porta a cicatrici più piccole, minore rischio di infezioni e spesso un recupero più rapido per il paziente rispetto alla chirurgia aperta. Un approccio che combina gli occhi e le mani del chirurgo con una micro-precisione tecnica. E che, insieme anche all’avvento dell’intelligenza artificiale, potenzia notevolmente le capacità il chirurgo senza possibilità di sostituirlo. Il robot infatti offre sei gradi di libertà di movimento, azzera il tremore, dà una visione tridimensionale e segnala un errore nel gesto. Sono possibilità nuove, e nessuna toglie al chirurgo il controllo della decisione. Senza di lui la macchina non decide. Il robot può aiutare anche il fondamentale lavoro di squadra, perché moltiplica i momenti in cui tutti i membri dell’équipe condividono ciò che vedono e decidono.

