«Tutti i dati ci indicano una sofferenza giovanile estremamente precoce – con addirittura sei giovani su dieci che presentano chiari segnali di disagio e di disturbo – che comincia anche con un approccio molto anticipato alle sostanze di abuso». Alberto Siracusano, psichiatra coordinatore del tavolo Salute mentale presso il ministero della Salute e presidente del Consiglio superiore di sanità, del nuovo Rapporto 2024 commenta in particolare l’emergenza nuove generazioni.
Quali azioni prevedere?
Serve una strategia mirata: gli stessi accessi in Pronto soccorso sono molto cresciuti e anche per questo oggi servirebbero strutture di ricovero adeguate alla domanda di cure della popolazione giovanile. Nel Piano di azione sulla salute mentale, il Pansm 2025-2030, riserviamo ampia attenzione a questo tema, soprattutto per il periodo di “transizione” dall’età pediatrica a quella adulta e così da consentire la continuità di cura, in particolare per i disturbi nel neurosviluppo che sono i più diffusi. Poi, c’è il grande tema della prevenzione.
Come agire in questo senso?
Fin dagli asili nido occorre sviluppare una cultura della salute mentale, necessaria per intercettare quanto prima i segnali di disagio, da prendere in carico con un approccio multiprofessionale. Serve un grande sforzo: i riflettori vanno accesi fin dalla gravidanza – a cominciare dalla possibile sofferenza della madre – e dai primi anni di vita del bambino.
Restiamo sugli allarmi del Rapporto 2024: è ancora l’effetto post Covid a farsi sentire o il quadro è ormai consolidato?
E’ un fenomeno che il Covid ha fatto esplodere, a partire però da un cambiamento sociologico e antropologico. Che include un determinante come la solitudine, ormai presente in maniera fortemente disturbante a tutte le età ma epidemico in quella giovanile. La cosiddetta “loneliness”, nei ragazzi, non è mero senso di solitudine ma un non sentirsi connessi con gli altri e con se stessi.
L’attuale rete di strutture è in grado di intercettare la nuova domanda di cura?
Oggi i servizi sono insufficienti. Serve un cambio di passo e il Piano nazionale salute mentale lo propone, a cominciare dall’investimento nella Neuropsichiatria infantile. Creare percorsi integrati – anche nelle Case della salute – consentirà di intercettare precocemente il disagio. Più in generale, vanno individuati luoghi-sentinella, che includano oltre a questi centri sociosanitari sul territorio anche le scuole: dobbiamo potenziare l’attenzione per cogliere segnali sia “psichici” sia clinici come gastrite o cefalea, che spesso sono somatizzazioni di stress e ansia.
I social quanto impattano?
Tutti i dati ci dicono che l’uso dei device va regolamentato perché i social soprattutto in una condizione di loneliness influenzano le relazioni. Se, come accade sempre più spesso, l’Intelligenza artificiale diventa il migliore amico, andando a sostituire la relazione empatica, relazionale e affettiva, allora il cambiamento antropologico è allarmante.
Cosa pensa di decisioni drastiche assunte in altri paesi, come la messa al bando dello smartphone?
Vietare non ha mai risolto i problemi: serve piuttosto un grande sforzo educativo-culturale e soprattutto il recupero di valori, in un quadro di contenimento emotivo-affettivo che consenta di recuperare il “senso della vita”. Senza il quale prevalgono spaesamento, insicurezza e ansia. Condizioni che se sommate all’assunzione di sostanze e a un uso non dimensionato della tecnologia, portano allo sfacelo.
Quando entrerà nel vivo il Piano salute mentale?
Stiamo entrando nella fase attuativa: entro l’estate arriverà il decreto di riparto dei fondi alle Regioni, da destinare innanzitutto ad assunzioni e prevenzione.

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