Si prendono le cellule. Si fanno crescere in un habitat ideale, ovvero in un gel studiato appositamente per riprodurre come un vero e proprio avatar le caratteristiche biologiche del tumore. Si crea così una sorta di organo “gemello” che vede aggregare in piccole microsfere le unità neoplastiche, riunite a migliaia come veri e propri aggregati translucidi. Ed è su queste popolazioni cellulari che si va a studiare il tumore, del tutto uguale a quello della donna, per capire se e a quali farmaci risponde. Lo scenario appare fantascientifico, ma, seppur da verificare su ampia scala, non appare lontano dalla realtà del prossimo futuro. A preconizzarla è una ricerca apparsa su Cell Reports Medicine, condotta dagli esperti dell’Università della California di San Francisco coordinati da Jennifer M. Rosenbluth. Gli studiosi hanno infatti sviluppato questo nuovo metodo per prevedere la risposta al trattamento di diversi tipi di tumore mammario partendo dalle informazioni i pazienti di uno studio clinico (l’I-SPY2), unite ai risultati di test rapidi su mini-tumori coltivati in laboratorio.
Sotto esame i tumori più “difficili”
Lo studio ha analizzato organoidi di neoplasie invasive in fase iniziale per studiare i meccanismi di resistenza alla terapia e quindi puntare su un approccio di medicina di precisione. Analizzando specifici sottotipi di risposta si è quindi creato una sorta di “puzzle” in cui inserire le risposte tumorali previste alle terapie attuali, come chemioterapia, immunoterapia, terapie target. Infine, conoscendo quando effettivamente osservato nelle pazienti e i risultati dei marcatori tumorali, si è potuto impiegare questi “modelli” di risposta per prevedere le risposte al trattamento negli organoidi. L’analisi si è concentrata in particolare sui tumori triplo-negativi, particolarmente aggressivi (circa 10-15% dei casi) che non hanno recettori per estrogeni, progesterone e la proteina HER2. Il dato è di grande importanza perché in queste donne spesso si deve ricorrere alla classica chemioterapia (associata ad altre cure) anche se magari si osservano resistenze al trattamento.
Terapia mirate
Studiando un particolare organoide tumorale, che presentava la più alta resistenza prevista e successivamente validata ad un’associazione tra chemioterapie e un farmaco mirato, si è quindi puntato ad analizzare quasi 400 potenziali farmaci potenzialmente attivi su questo organoide. L’analisi ha permesso di trovare l’associazione con la chemio ottimale per il singolo tumore di questo tipo, partendo proprio dall’organoide. Lo screening farmacologico sugli organoidi ha inoltre rivelato altri risultati promettenti, anche in prospettiva, per cure mirate su gruppi di pazienti. “Si è visto che gli organoidi di tumore al seno esprimono importanti biomarcatori tumorali, molti dei quali possono essere bersaglio di farmaci – è il commento del primo autore Tam Binh V. Bui, in una nota dell’ateneo americano -. Questi organoidi ci hanno permesso di studiare gli effetti dei farmaci direttamente sul tessuto umano e di dare priorità alle terapie più promettenti per questo sottotipo”.
Cosa potrebbe cambiare
La ricerca può aprire la strada allo sviluppo di trattamenti più personalizzati per il tumore al seno, incluso il tipo triplo negativo, particolarmente aggressivo e difficile da trattare. “Gli organoidi di tumore al seno hanno riprodotto la risposta dei tumori dei pazienti corrispondenti alle terapie e hanno identificato potenziali terapie di combinazione per i tumori che non rispondono al trattamento standard – segnala Jennifer M. Rosenbluth, -. Questi risultati supportano la modellazione con organoidi come ponte tra i biomarcatori clinici e le strategie di trattamento di precisione nel tumore al seno”. “Gli organoidi tumorali vengono studiati in oncologia da circa 15 anni e rappresentano un promettente strumento per capire come un tumore possa rispondere ai farmaci – spiega Lucia Del Mastro, Professore di Oncologia Medica all’Università di Genova –“. Questa ricerca risulta peraltro particolarmente interessante per i tumori della mammella triplo-negativi resistenti ai trattamenti: si sono valutati organoidi ottenuti direttamente dalle cellule del tumore delle pazienti che non avevano ottenuto risposta al trattamento pre-operatorio, per identificare approcci in grado di superare la resistenza alla chemioterapia. “L’utilizzo degli organoidi potrebbe quindi rendere la cura sempre più personalizzata ed efficace – conclude l’esperta -. Restano però alcuni limiti: gli organoidi non riproducono completamente l’ambiente reale del tumore, soprattutto il sistema immunitario e i tessuti che circondano il tumore che a loro volta possono condizionare la risposta ai trattamenti. Pertanto questi risultati molto promettenti devono essere confermati in studi più ampi“.

