Il 92% delle protesi al seno in ambito ricostruttivo – quindi per lo più in seguito a una neoplasia – è stato impiantato in Italia nell’immediato, dopo mastectomia conservativa e cioè con risparmio di cute e di capezzolo. Questo è il dato più rilevante per le pazienti, tra quelli messi in fila nel Registro nazionale degli impianti protesici mammari – istituito ufficialmente nel 2012 ma attivo dal 2023 – e di cui al ministero della Salute è stato presentato il Rapporto 2023-2025. Una bussola fondamentale per la verifica della sicurezza – grazie alla piena tracciabilità delle protesi su dati real world – e dei costi in termini di programmazione sanitaria basata sulle evidenze scientifiche. «Questo registro dimostra come siamo stati i primi in Europa a cercare di tracciare lungo tutto il percorso questi dispositivi anche in ottica di monitoraggio della spesa pubblica. Tutto ciò non va inteso come un limite ma come la possibilità di spendere meglio, che libera e quindi genera risorse», ha sottolineato Daria Perrotta, Ragioniere generale dello Stato.

Schillaci: test per l’efficienza del Ssn

Elementi che ha voluto evidenziare il ministro della Salute Orazio Schillaci: «Il registro degli impianti protesici mammari è un fiore all’occhiello della nostra sanità – ha sottolineato -. L’Italia è l’unica nazione ad aver previsto l’obbligatorietà dell’inserimento dei dati e questo ci fa ottenere una fotografia completa e omogenea. La raccolta dei dati avviene in tempo reale, elemento che ci consente aggiornamenti costanti. Una garanzia di sicurezza delle cure ai pazienti – ha precisato – ma anche uno strumento di monitoraggio dell’efficacia e dell’efficienza e un supporto per una programmazione saniutaria innovativa e bastaa sulle evidenze scientifiche. I dati mostrano oltre 68mila interventi chirurgici e quasi il 56% a fini ricostruttivi – ha riassunto il ministro – mentre il resto a fini estetici. I numeri danno la misura del nostro welfare sanitario e anche della sua capacità di garantire equità di accesso alle cure. Il Rapporto evidenzia in ambito ricostruttivo, quando c’è una neoplasia mammaria, che nel 92% dei casi la protesi è stata impiantata nell’immediato dopo una mastectomia conservativa. Un dato che riflette l’efficacia degli screening per il tumore: con questi test crescono le diagnosi tempestive e anche il ricorso a interventi demolitivi-conservativi e alla ricostruzione mammaria in un unico tempo. Per le pazienti che non devono sottoporsi a un nuovo intervento in un secondo tempo, questo equivale a una migliore qualità della vita e a un maggio benessere psicologico. In sintesi questo è un dato di chiara efficienza del nostro Servizio sanitario e di rispetto verso le persone».
Dal Rapporto emerge tuttavia un tasso di mobilità passiva «ancora troppo alto nelle regioni del Sud fino all’85% di interventi effettuati fuori regione – ha avvisato però il ministro -: ci sono territori dove bisogna intervenire per garantire equità di accesso alle cure».

Verso il Registro dei dispositivi

Il Registro sulle protesi al seno – a compilazione obbligatoria e “real time” con 80mila pazienti oggi sotto stretto monitoraggio clinico e oltre 141mila procedure chirurgiche sotto attento studio e oltre 137mila protesi già impiantate – è una sorta di “prova generale”, alla base del disegno di legge “Registro unico nazionale dei dispositivi medici impiantabili” – il cui testo che monitorerà i 500mila dispositivi medici impiantabili esistenti che cubano una spesa di 7 miliardi – come ha annunciato il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, «è stato incardinato al Senato e speriamo di licenziarlo entro la fine dell’anno». «Intendiamo promuovere un modello di governance: il Registro unico dei dispositivi impiantabili comporterà un cambio di paradigma importante che ci consentirà di monitorare quanto si fa nelle strutture sanitarie e di poter intervenire in caso di anomalie e inefficienze. Fondamentale il ruolo delle Regioni anche nell’implementazione della Piattaforma informatica e su questa via dovremo proseguire», ha spiegato Francesco Saverio Mennini, Capo Dipartimento della Programmazione, dei dispositivi medici, del farmaco e delle politiche in favore del Ssn.

I dati

Tra il 1 agosto 2023 e il 31 dicembre 2025, sono stati registrati 68.776 interventi chirurgici. Di questi, il 55,7% è stato effettuato per ricostruzioni e il 44,3% per finalità estetiche. Complessivamente, 66.796 interventi hanno comportato l’impianto di una protesi mammaria, mentre 1.980 interventi hanno riguardato la rimozione. Il numero totale di protesi impiantate è di 112.924, a fronte di 33.605 protesi rimosse. In ambito ricostruttivo, nel 71,1% dei casi l’impianto è stato effettuato a seguito di una diagnosi di neoplasia mammaria, prevalentemente dopo mastectomia con risparmio di cute e capezzolo. In presenza di una neoplasia mammaria, nel 92% dei casi la protesi è stata impiantata nell’immediato dopo mastectomia conservativa: “un dato – rilevano dal ministero – che riflette l’efficacia degli screening e l’aumento di diagnosi precoci che favoriscono interventi demolitivi conservativi e una ricostruzione mammaria in un unico tempo”.

La geografia dei impianti

Il 37,4% degli interventi è stato eseguito in strutture pubbliche, il 33,6% in strutture private – dove per lo più si ricorre per motivi estetici per l’aumento del seno – e il 29,0% in strutture private accreditate. In regime pubblico vengono quindi realizzati i due terzi degli impianti.
La cartina d’Italia si colora diversamente a guardare le diverse finalità di impianto: per la chirurgia estetica, è la Campania (seguita da Lombardia e Lazio) la Regione dove si svolge il maggior numero di interventi per finalità estetiche; mentre per la parte ricostruttiva è al top la Lombardia, che attrae più pazienti (secondo è il Lazio) e per lo più dal Sud e dalle Isole. Da Basilicata e Molise, si parte soltanto verso lazio, Campania e Puglia e c’è un 100% di mobilità passiva: tutte le pazienti sono costrette a rivolgersi ad altre regioni per interventi sia estetici che ricostruttivi post mastectomia. La Campania, che registra il maggio numero di interventi, registra invece la più bassa quota di mobilità.

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