Sempre nel tumore dello stomaco, ma questa volta nei pazienti con malattia CLDN18.2-positiva e HER2-negativa, lo studio G-HOPE-001, condotto in Cina e Giappone, ha valutato arcotatug tavatecan, un nuovo ADC sviluppato da Innovent Biologics. Nei circa 460 pazienti già sottoposti ad almeno due linee di trattamento, la sopravvivenza globale mediana è passata da 6,9 a 10,2 mesi, con una riduzione relativa del rischio di morte del 43%. La sopravvivenza libera da progressione, nell’analisi aggiornata, è risultata di 7,1 contro 3,1 mesi. Risultati importanti in una popolazione con poche alternative terapeutiche.

La ricerca cinese avanza anche nel tumore della mammella. Lo studio PANKU-Breast01, condotto su 383 pazienti con carcinoma HR-positivo/HER2-negativo avanzato, ha dimostrato che izalontamab brengitecan, sviluppato da Baili/SystImmune, riduce del 59% il rischio relativo di progressione o morte rispetto alla chemioterapia. La sopravvivenza libera da progressione mediana è stata di 8,2 contro 4 mesi. Il dato sulla sopravvivenza globale non è ancora maturo.

La rivoluzione degli ADC: le tecnologie di Giappone, Usa e Cina a confronto

Gli ADC sono farmaci frutto di una tecnologia molto avanzata costituiti da un anticorpo che riconosce una proteina presente sulle cellule tumorali, un potentissimo agente citotossico, (chiamato payload) e un collegamento chimico (il linker) che tiene insieme i due componenti e contribuisce a determinare dove e quando il farmaco venga rilasciato. In pratica missili intelligenti che veicolano una chemioterapia potentissima ed estremamente mirata.

La piattaforma DXd di Daiichi Sankyo utilizza un derivato dell’exatecan, potente inibitore della topoisomerasi I, associato a un linker scindibile. È una tecnologia che ha contribuito in modo decisivo al successo degli ADC di nuova generazione, ma non è l’unica. Negli Stati Uniti, per esempio, Seagen, oggi parte di Pfizer, ha sviluppato enfortumab vedotin, che trasporta MMAE, un agente che interferisce con i microtubuli. Trodelvy, sviluppato da Immunomedics e oggi di Gilead, utilizza invece SN-38, metabolita attivo dell’irinotecan. Infine Elahere, di ImmunoGen, oggi AbbVie, impiega DM4, un derivato delle maytansine.

Anche la Cina, come visto, sta entrando in questa competizione con soluzioni tecnologiche originali. Non si limita a produrre nuove versioni di farmaci già esistenti, ne crea di nuovi. La sfida riguarda l’intera architettura molecolare: la scelta del bersaglio, la potenza del carico citotossico, la stabilità del linker, la quantità di farmaco trasportata da ogni anticorpo e la capacità di colpire anche le cellule tumorali vicine, attraverso il cosiddetto bystander effect.

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