Rimborsi complicati
Fin qui le ripercussioni strettamente economiche poi c’è il capitolo dei rimborsi aperto dalle sentenze della Corte Suprema prima (che ha bocciato i dazi del 15%) e quella della Corte internazionale (che ha bocciato anche il successivo dazio del 10 per cento).
«Nella realtà – spiega il vice direttrore di Federvini, Francesca Migliarucci – la strada per ottenere una compensazione per le tariffe pagate e non dovute perché illegittime, è molto accidentata. La misura è diretta, in primo luogo, agli importatori americani visto che la causa che ha portato alla pronuncia della Corte Suprema era stata intentata dall’importatore Victor Schwartz e dalla sua azienda Vos Selection. D’altro canto, sono gli importatori a pagare materialmente il dazio all’ingresso dei vini sul mercato Usa. Pertanto, le uniche cantine italiane che possono avviare l’iter per il rimborso dei dazi sono quelle che hanno una propria società di importazione e distribuzione negli Usa. Ci sono, ma sono poche e certo non rappresentative dell’universo delle cantine italiane. Inoltre, secondo la prassi che si sta affermando, anche gli importatori legittimati a richiedere i ristori si vedono riconosciuta, in questa prima fase, al massimo una percentuale del 37% di quanto effettivamente corrisposto».
I tempi lunghi della giustizia
Ancora più complessa , inoltre, la procedura per la stragrande maggioranza delle imprese del vino made in Italy che hanno spesso cercato di neutralizzare l’impatto dei dazi condividendone, spesso in parti uguali, la spesa con i rispettivi importatori. «Anche in questi casi – aggiunge Migliarucci – l’importatore a dover richiedere il rimborso. Ma se, una volta ottenuto, deciderà di restituirne parte anche al produttore dipenderà solo dalla dinamica dei loro rapporti».
Fin qui le strade, alquanto contorte, per ottenere un parziale rimborso sui dazi. Unica alternativa è la strada giudiziale (“court claim”) con tempi che si allungano a dismisura e risultati tutt’altro che certi.
«Uno scenario complesso – aggiunge il direttore generale di Federvini, Gabriele Castelli -. La stragrande maggioranza delle cantine italiane ha deciso di condividere il peso dei dazi col proprio importatore riconoscendogli un ribasso sui listini dei prodotti».
