Alta tensione a Brindisi e in tutta la Puglia per il protrarsi della incertezza sul futuro del petrolchimico, dopo la chiusura, un anno fa, da parte di Eni Versalis, del cracking. È prevista una riconversione verso attività di chimica sostenibile, con avvio entro il 2026, ma ad oggi non è partita, a parte il progetto di un impianto per la produzione di celle al litio di Eni e Fib (gruppo Seri Industrial) che viene confermato.
La richiesta del territorio – lavoratori, istituzioni, imprese, mondo universitario – a Eni Versalis è chiara: vendere l’impianto, per salvare la produzione di chimica di base (etilene,polietilene e polipropilene) e per salvare l’indotto che già denuncia una profonda crisi. Il sindacato e in particolare il segretario della Cgil Maurizio Landini hanno chiesto un incontro al Governo. La Regione Puglia e la task force per l’occupazione guidata da Leo Caroli sono da tempo in prima fila nel pressing verso ministero delle Imprese e del Made in Italy ed Eni. «Abbiamo interlocuzioni continue con tutti i soggetti coinvolti – dice Eugenio Di Sciascio, assessore regionale allo Sviluppo economico – con le parti sociali, con il Governo e con la proprietà del petrolchimico. Riteniamo che il sito debba essere ceduto». Oggi, però, proprio quest’ultimo vede qualche spiraglio all’orizzonte e lascia intendere, senza svelare nulla, che spera in novità positive. Si apprende poi anche che l’azienda starebbe cercando un advisor (forse per una vendita?). Notizia che non trova conferma.
«Al momento possiamo solo confermare che il progetto di trasformazione sta procedendo in linea con quanto previsto dal protocollo firmato lo scorso anno al MIMIT – dicono dall’ Eni – A marzo, Eni ha ottenuto la decisione finale di investimento per la realizzazione di una gigafactory per l’accumulo statico di energia presso il polo Versalis di Brindisi, in joint venture con un operatore specializzato. L’impianto avrà una capacità di 8 GW e sarà completato entro la fine del 2028». Decisione finale sta per approvazione formale per lo sviluppo del progetto.
«Il progetto Eni a Brindisi è un esempio di grande trasformazione – aggiunge Giuseppe Ricci, direttore della Trasformazione Industriale di Eni – Eni Storage Systems, la joint venture costituita da Eni e Fib, società del gruppo Seri Industrial, è operativa e sta sviluppando il progetto industriale per la produzione di batterie al litio ferro fosfato su base acquosa, che sono destinate prevalentemente ad accumuli stazionari di energia elettrica, complementari alla produzione di energia rinnovabile. È un progetto ambientalmente sostenibile che mantiene la vocazione industriale e i posti di lavoro, che può sviluppare anche una importante filiera a valle e che ha importanti prospettive di mercato».
Ma la sola conversione non convince i fautori della cessione. «Venendo meno il cracking Eni, tutto il sistema di produzione di plastiche resta senza materia prima – fa osservare Patrizio Bianchi, economista ed ex ministro – la chiusura produrrà effetti su tutto il sistema produttivo italiano, visto che la chimica di base genera prodotti che entrano nella composizione del 95% dei manufatti utilizzati quotidianamente». La fine della produzione della chimica di base – si fa osservare – consegnerà l’Italia a catene di approvvigionamento estere. Un rischio che anche gli eventi bellici e il conseguente blocco degli approvvigionamenti, consiglierebbero di evitare.

