Il Lanvin di Peter Coppings ha finalmente trovato la sua forma: verticale, lineare, elegante; nutrita di ricerche in archivio ma non polverosa. Eppure, manca ancora un senso di urgenza e rilevanza. Da Givenchy, Sarah Burton parla insieme di chiarezza e molteplicità senza che questo diventi un ossimoro. Sono chiari e precisi il tailoring duro e mascolino, il flou di jersey sospeso da volute metalliche, gli abiti e i pantaloni di pelle incollati sul corpo, le giacche decostruite, gli echi giapponisti. Tutto è studiato nella costruzione, pensato per dare a chi lo indossa un senso di sicurezza, di forza ed elevazione. Questi elementi però si compongono in un discorso caleidoscopico, dalla accelerata molteplicità. Invece di coagulare il messaggio intorno ad una sola figura femminile, Sarah Burton preferisce riconoscere la complessità e varietà del mondo muliebre. C’è coerenza nel suo frammentare, e la prova convince.

Victoria Beckham, infine, trova coerenza nell’abbandono delle velleità avanguardiste con contorno di styling astrusi. Si focalizza su tailoring esatto, outerwear fluido e abitini scivolati dal sapore anni venti e per una volta convince. Nulla di mai visto, sia chiaro, ma impeccabile.

Giorno 6

Senza additivi spettacolari, senza filtri abbellenti, senza enfasi narrative: le sfilate parigine, alla meglio, rifiutano l’artificio, o almeno lo ammorbidiscono. Certo, sempre di moda si tratta, quindi la messa in scena è inevitabile, ma al momento è il cinéma-vérité, o meglio una sorta di realismo magico, a dettare il ritmo. Michael Rider è stato uno degli istigatori di questo slittamento. Di certo ne è l’interprete più spontaneo e ineffabile. Il suo Celine rappresenta il moderno french touch, cattura la nonchalance stropicciata ed erudita dello stile parigino di oggi – per come dovrebbe essere forse, invece che per come è. Lo fa esattamente perchè Rider è americano: lo sguardo da fuori, il punto di vista dello straniero aiuta. Questa stagione Rider consolida il messaggio, con una insistenza particolare sull’emotività insita nell’atto di vestirsi, sulla favolosità come valore e poi soprattutto sullo scambio di capi tra donna e uomo – non unisex, ma possibilità espanse. Il suo, del resto, è un sistema estetico che lavora per addizioni successive, non per scarti e contraddizioni stagionali. È questo che lo rende attuale e urgente: il guardaroba che propone è fatto di compresenze, un po’ come il nostro presente digitale in cui tutto è disponibile in un click. Quel che affascina del nuovo Celine è una singolare contraddizione: i capi sono preziosi, disegnati con intento architettonico, pieni di dettagli singolari, profondamente desiderabili, ma sono trattati senza preziosismi, mescolati come senza cura, come vestendosi di fretta perché in ritardo, troppo presi ad amoreggiare per guardare l’orologio. È questo il tocco magico di Rider. Tutti lo guardano, tutti lo copiano, ma nessuno arriva all’essenza del suo modo, così spontaneo eppure così preciso, perché, come diceva Helmut Lang You can’t copy the soul.

Da Hermès, Nadège Vanhee lavora in sottrazione, seguendo un percorso aereo che significa essenzialmente sottrazione di peso e di orpelli. Il risultato è una leggerezza dinamica, persino tagliente, che porta in effetti nuova aria nelle stanze patrizie e classiche della maison. È da qualche stagione che Vanhee ha preso a ridurre tutto per massimizzare taglio e materia, esaltando la sensualità del corpo nel suo rapporto con l’abito. Questa nuova prova, particolarmente riuscita, rappresenta il picco del percorso fino a qui. È sleek per usare un aggettivo che ai modaioli piace molto e suona sempre come un complimento. È anche sexy, in una maniera secca e marziale che è omaggio in tralice alle radici equestri del marchio. Ogni tanto il rischio è una certa freddezza, ma la palette calda e naturale cancella ogni traccia di gelo.

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