Quella educativa è una nostra priorità, come trattenere i talenti, mettendo in moto una filiera dalla formazione tecnica alle imprese. Occorre aiutare le imprese ad aumentare ad esempio gli stipendi e varie forme di welfare, per competere col mercato europeo e trattenere talenti. La fragilità economica porta ad una fragilità umana. Il manifesto del buon lavoro è nato anche a fronte di una mancanza di comunità.
I bisogni più reclamati sono quelli della casa, inaccessibile soprattutto nei grandi centri, e del caro vita. I dati del Banco Alimentare come dell’Istat denunciano come anche chi ha un reddito spesso non riesce ad arrivare a fine mese. Cosa proponete?
Una defiscalizzazione, come su tutto il welfare: molti imprenditori si preoccupano del tema degli alloggi e cercano soluzioni, anche guardando a cosa succede in Spagna e Francia (e poi anche in Italia, ndr). Sarebbe necessario riconoscere come anche il privato possa interfacciarsi con questi temi, va sostenuta e valorizzata un’alleanza tra pubblico-privato e terzo settore. Si potrebbero aiutare le imprese defiscalizzando gli aumenti, in particolare per i giovani. Andrebbero detassati tutti gli investimenti sul capitale umano, come si fa per i macchinari. Le scelte di oggi sull’Intelligenza artificiale, ad esempio, cambieranno il lavoro di domani.
Il modello è Adriano Olivetti o Leon Harmel, l’industriale francese a cui avete dedicato una mostra al Meeting di Rimini?
Occorre essere pionieri coraggiosi, perché solo negli investimenti di valore c’è la vera convenienza. Harmel con le sue scelte ha rotto consuetudini dell’epoca, introducendo il giorno di riposo o il divieto di lavoro al di sotto dei 12 anni. Molte aziende sono già virtuose, ma occorre un ampliamento ulteriore del sistema di welfare per accogliere tutti i bisogni codificati.

