Le figlie ci guardano. E quello che vedono le allontana dalla maternità. Stanchezza, corse continue, lavori tenuti insieme per incastro, acrobazie per far quadrare tutto: vita privata e lavoro, vita sociale e famiglia. Figli, appunto. E poi anche i genitori anziani. Madri come ammortizzatori sociali: una realtà che si finge di non vedere, ma che è sotto gli occhi di tutti. Il risultato è un burnout che piega le mamme, ma finisce per contagiare anche le figlie che le osservano correre, stremate, e allontanano da sé lo spettro di poter finire come criceti nella stessa ruota.
I numeri non potrebbero essere più chiari. Secondo il rapporto sulle «Intenzioni di fecondità» pubblicato dall’Istat a dicembre, nel 2024 appena il 21,2% degli italiani tra i 18 e i 49 anni dice di voler avere un figlio nei tre anni successivi all’intervista. Era il 25% nel 2003. Oltre 10,5 milioni di persone non vogliono avere figli o altri figli né a breve né in futuro. Ma il dato che pesa di più è un altro: oltre il 65% delle più giovani (18-24 anni) pensa che l’arrivo di un figlio peggiori le proprie opportunità di lavoro. E la metà delle donne ritiene che con un neonato le proprie condizioni lavorative peggioreranno.
Non è una falsa percezione, ma una verità. Secondo i dati forniti da Istat a Save the Children per il rapporto “Le equilibriste”, nel 2025 il tasso di occupazione delle madri tra i 25 e i 54 anni con almeno un figlio in età prescolare si ferma al 58,2% mentre tra le donne senza figli in età prescolare è pari al 66,1%, con circa 8 punti di distanza. La motherhood penalty è figlia di pregiudizi duri a morire. Lo prova il suo contrario: il fatherhood bonus, che premia sul lavoro gli uomini che diventano padri, percepiti come più affidabili. Infatti il 59% non immagina effetti della paternità sulla vita lavorativa. È una distanza netta, quasi brutale: la scelta della genitorialità si percepisce subito asimmetrica.
Non stupisce. Le ragazze hanno visto e vedono madri entrare e uscire dal lavoro, rallentare, rinunciare, reggere carichi doppi e tripli. Hanno visto carriere ridimensionarsi, tempo personale sparire, energie consumarsi. Hanno visto la maternità trasformarsi in una prova di resistenza, produttrice di disuguaglianze reali. L’esperienza diventa un monito più forte di qualsiasi incentivo. E il gelo delle nascite persiste: in Italia nel 2025 sono venuti al mondo appena 355mila bambini, -3,9% rispetto al 2024. La popolazione complessiva tiene solo grazie alle migrazioni. Il numero medio di figli per donna cala ancora: 1,14 nel 2025, contro 1,18 nel 2024. E l’età media al parto sale a 32,7 anni.
La strettoia è anche demografica. Il calo delle nascite dipende sia dalla minore propensione ad avere figli sia dalla riduzione del numero di potenziali genitori. Dentro questa trasformazione cambia anche la famiglia. I nuclei unipersonali sono ormai la forma più diffusa: il 37,1% del totale. Le coppie con figli, per anni il modello prevalente, sono scese al 28,4%, quelle senza figli sono il 20,2 per cento.

