Il calendario della moda maschile di Milano è stato alquanto magro questa stagione, con la presentazione della primavera-estate 2027. Poche le sfilate, ma tutte di peso, in un buon equilibrio di big e nuove proposte.
Come da tradizione, è lo show Giorgio Armani a chiudere. Leo Dell’Orco continua a onorare l’eredità di Giorgio senza esserne intrappolato. Ci sono una disinvoltura, una leggerezza e una rapidità tutte sue nel nuovo Armani, senza risultare inutilmente dirompenti; al contrario, si avvertono, aggiornati e rivisti, echi del miglior lavoro di re Giorgio degli anni 90 – quello la cui influenza perdura e imperversa hic et nunc. In questa collezione, una idea di esotismo mediterraneo si fonde sapientemente con la sartorialità morbida di sempre, e il risultato è pieno di nuance, avvolgente, senza sforzo, anche se la sfilata troppo lunga diluisce il messaggio invece di concentrarlo.
Probabilmente non c’è nulla di particolarmente nuovo nell’arricchire gli abiti con accenti etnici, ma ciò che contraddistingue questa prova è l’instancabile attenzione alla materia, alla tattilità, alle consistenze delle superfici. Tutto è ruvido, tridimensionale, come consumato dal sole cocente: ben lontano dalla piattezza anonima, dalla moda algida come una creazione della AI che è così comune al giorno d’oggi. In passerella, anche alcuni look della precollezione donna, progettata da Silvana Armani: una bella aggiunta, che sottolinea l’organicità e la coesione del mondo Armani.
In epoca di sovrastimolazione, scegliere una cosa sola è una posizione radicale. Ne sono convinti Miuccia Prada e Raf Simons, che parlano di chiarezza, lucidità, discernimento: l’esatto contrario del mix postmodernista che impazza per ogni dove, le cui origini, paradossalmente, sono da cercare proprio in certi angoli particolarmente impattanti del Prada pensiero recente e remoto. Cambiare idea, del resto, è segno di intelligenza. «C’è troppo di tutto, una moltiplicazione di messaggi che confonde – dichiarano i direttori creativi, praticamente all’unisono -. Per questo abbiamo deciso di concentrarci su ciò che è universale, assoluto, senza tempo».
Il rifiuto come atto deliberato e reiterato si traduce in passerella in una proposta brutalmente giovanilista: a forza di togliere, le taglie si striminziscono, i corpi perdono massa e l’età si blocca all’adolescenza. I vestiti, invece, sono archetipi riletti, rimaterializzati, riusati: i pantaloni cinque tasche e il giubbotto di jeans – portato come camicia – in ogni materiale; il blouson e il blazer; il maglioncino a V o girocollo.

