Semine di grano duro al via da metà novembre e prevalentemente su terreni a più alta capacità produttiva, in Puglia. Una scelta obbligata tra costi produttivi – dal caro gasolio al caro concimi – e quotazioni stagnanti (tutto ancora a 30 euro al quintale) con effetti sulla Sau investita che, secondo alcune stime, potrebbe registrare una diminuzione vicina al 5% rispetto a quella della precedente campagna 2025/2026, attestatasi sui 240 mila ettari. Le piogge dei primi giorni di novembre hanno rimandato l’inizio delle semine che, nell’areale di Foggia e provincia, quasi sicuramente riguarderanno i fondi a maggiore capacità produttiva tralasciando così quelli marginali o diversificando su altre colture (come l’ orzo).

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Costi di produzione al massimo

«I costi di produzione sono altissimi e se non si coprono si va al fallimento», spiega Giuseppe Pampruno della cooperativa agricola di Apricena, fondata 50 anni fa, quasi 3mila soci attivi, un giro di affari nella scorsa campagna di 25 milioni. Pure i sementieri si lamentano perchè ci sono stati pochi ritiri. Pure Filippo Schiavone, presidente di Confagricoltura, ritiene prevedibile una riduzione delle Sau, ma resta prudente sulla sua possibile entità. «Ci sarà e riguarderà le aree più marginali con le rese più basse. Si punterà a quelle più produttive con rese più alte anche se il punto resta la redditività: con quotazioni a 30 euro al quintale si riesce a malapena a coprire i costi produttivi rispetto a rese medie di 30 quintali per ettaro». I numeri sono numeri: Ismea certifica, infatti, costi produttivi per ettaro di 1200 euro e con quotazioni a 30 euro e rese medie a 30 quintali si arriva a 900 cui aggiungere 100 euro di aiuto accoppiato e 170-180 di titolo. Dunque è alla pari. Conferma la contrazione anche Carlo Maresca, grosso produttore di grano duro con 460 ettari coltivati e presidente della Federazione cereali alimentari di Confagricoltura nazionale. «Tutti semineranno sui terreni più produttivi proprio per ottenere rese più alte fino a 50 quintali e spalmare così i costi produttivi. Il rischio è stare sui 40 sotto i quali è difficile reggere a costi produttivi e basse quotazioni, ma qui al Sud non abbiamo alternative al grano duro e quindi lo seminiamo».

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