Schillaci: stili di vita e tempismo

A sottolineare che «dei 90mila ricoveri per ictus cerebrale, il 20% è dovuto a recidive», è il ministro della Salute Orazio Schillaci, intervenuto in Senato a Roma a un evento sul tema. «Prevenire l’ictus è possibile – ha dichiarato – a partire dall’adozione di corretti stili di vita. Il ministero della Salute è concretamente impegnato nel promuovere comportamenti salutari e una maggiore consapevolezza dei cittadini sui fattori di rischio. Penso, in particolare, a un’alimentazione equilibrata, a una regolare attività fisica, al contrasto al tabagismo e alle dipendenze, così come al controllo di condizioni quali ipertensione, diabete e colesterolo».

Schillaci tiene a ricordare che «c’è un nuovo Piano nazionale della Prevenzione 2026-2031, in cui è stata definita una chiara strategia che punta a rendere gli interventi più efficaci e omogenei su tutto il territorio nazionale, con particolare riguardo alle malattie croniche non trasmissibili, in particolare quelle cardio-vascolari». E alle attività di prevenzione sul territorio sono stati destinati «50 milioni di euro in più per il 2026, nella convinzione che investire nella tutela della salute vuol dire anche ridurre il peso delle malattie sul Servizio sanitario nazionale», rimarca.

L’altro pilastro è l’intervento immediato, cruciale per una patologia tempo-dipendente. Nell’ictus – è l’osservazione del ministro che richiama il claim della Giornata – “ogni minuto conta”: «Riconoscere subito i sintomi e intervenire rapidamente fa veramente la differenza tra il recupero delle funzioni e una disabilità permanente, con tutto ciò che ne consegue – è il monito del titolare della Salute -. L’Italia dispone di reti tempo-dipendenti di eccellenza, con strutture specializzate e professionisti di altissimo livello. Ovviamente, l’impegno è quello di far sì che queste reti siano accessibili in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale. Vanno superate le differenze territoriali che ancora ci sono, va migliorato il coordinamento tra emergenza, Stroke Unit e centri di riferimento. L’efficacia di queste reti dipende dalla collaborazione tra i diversi servizi, professionisti, rapidità della diagnosi e dalla possibilità di indirizzare il paziente verso la struttura più adeguata, in tempo utile per ricevere i trattamenti più appropriati.

Dopo l’ospedale

La continuità assistenziale, l’accesso alla riabilitazione, l’aderenza alle terapie e un adeguato sostegno ai familiari sono aspetti determinanti anche per prevenire il rischio di nuovi eventi. Su questo dal ministero della Salute hanno già svolto un lavoro di approfondimento nell’ambito dell’Alleanza italiana per le malattie cardio-cerebrovascolari, che ha portato a un documento dedicato alla presa in carico riabilitativa a lungo termine delle persone sopravvissute a un ictus. Un contributo «nato dalla collaborazione tra istituzioni, società scientifiche e associazioni dei pazienti, che sottolinea la necessità di programmi personalizzati e di un’assistenza capace di accompagnare la persona anche negli anni successivi all’evento acuto. Il momento della dimissione ospedaliera per questo tipo di pazienti è particolarmente delicato».

Case di comunità e teleriabilitazione

Fondamentale la sinergia tra ospedale e territorio, per un progetto riabilitativo individuale su misura della singola persona. «Bisogna coinvolgere più professionisti dell’area sanitaria – è la ricetta del ministro -. L’obiettivo è quello di evitare interruzioni di cure e sostenere il recupero della maggiore autonomia possibile, anche nella vita familiare, sociale e lavorativa». E proprio in questa direzione «assume un rilievo particolare la riforma dell’assistenza territoriale, che stiamo realizzando attraverso gli investimenti del Pnrr e l’attuazione del Dm 77», ha aggiunto ricordando che le oltre 1.200 Case della comunità già aperte «stanno entrando progressivamente in pieno funzionamento e sono destinate a diventare veri punti di riferimento per i cittadini, attraverso una presa in carico più vicina ai loro bisogni e una maggiore integrazione tra medici di medicina generale, specialisti e servizi territoriali».

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