I giorni della haute couture parigina si sono aperti all’insegna di un certo sdilinquito sperimentalismo: materiali incongrui, non necessariamente preziosi; forme bulbose, astruse, ruscellanti, non finite, deliberatamente non donanti; l’aspirazione evidente a trasformare ogni capo in un oggetto, se non artistico, di certo da collezione. Una possibile spiegazione di questo spostamento dall’alta moda come suggello di status sociale e appartenenza conclamata alle classi egemoni alla couture come esibizione di uno status estetico culturale di estrema nicchia – sempre di marcatore sociale si tratta, ma in questo secondo caso anche imbruttirsi è segno di potere – va forse trovata nello slittamento generale dell’offerta. Con il prêt-à-porter a prezzi stellari e i capi sovente disponibili in versione semi-couture, la couture vera, quella lavorata in atelier, può finalmente e a buon diritto diventare il terreno di un gioco esarcerbato in cui i ricchissimi si lasciano tentare da visioni impossibili, astruse, e ne godono come una ricompensa alla ricerca generale di assoluto individualismo.
Da Dior, Jonathan Anderson collabora ancora una volta con una artista: dopo i vasi di Magdalene Odundo, fermi e scultorei, è la volta dei nodi di Lynda Benglis, gestuali e precari, resi ancor più labili dai plissè realizzati a mano e destinati quindi, come ogni cosa, a svanire – malinconia dell’esistere. È un passo avanti nella riconciliazione tra abito come entità astratta e corpo come entità viva e in movimento, ma il percorso di Anderson all’interno della augusta maison continua ad essere segnato da un caos freddo che non sembra davvero risolversi in nessuna direzione, e che soprattutto mortifica la silhouette muliebre invece di celebrarla, aspetto che da Dior è nodale. Quel che colpisce, nel vorticare di temi e motivi, dal fitomorfo allo storico, dal perbene allo squinternato, è la processualità del risultato: invece delle strutture chiuse che ridisegnano la figura, tipiche della couture, Anderson predilige forme che si sfaldano e penzolano, quasi a mantenere integro il cordone ombelicale con il rotolo di stoffa, origine di tutto. È una prospettiva degna di nota, che richiederebbe però un pensiero più approfondito; pensiero che al momento rimane allo stato di abbozzo amatoriale. L’esecuzione non è certo all’altezza degli atelier Dior. Eccellente, invece, la scelta di coinvolgere Benglis in una serie di accessori – borse, gioielli, scarpe – che davvero sono già da ora pezzi – risolti – da collezione. Da Schiaparelli, Daniel Roseberry spinge l’acceleratore sulla sperimentazione materica, con il latex come materiale d’elezione, senza però rinunciare alle silhouette a clessidra, iperfemminili, che tanto piacciono alle clienti. Il percorso stilistico, alquanto eterogeneo, include rifermenti horror marini – giacche mutanti con tentacoli – sado maso clinico, Charles James e riverberi delle architetture organiche di Antoni Gaudì. Non tutto torna, e l’amalgama risulta a tratti indigesto e camp, ma l’urgenza teatrale trova una espressione più rigorosa che si apprezza. Il debutto in passerella di Standing Ground è la conferma della mano ferma e autoriale di Michael Stewart, il designer che si cela dietro questo progetto piccolo e specifico, fatto essenzialmente di abiti scolpiti o drappeggiati intorno al corpo. Le radici del lavoro di Stewart sono chiare – Azzedine Alaïa e Charles James – ma la scelta di leggere tutto attraverso una lente di astrazione tribale – cuciture e ricami come scarificazioni – crea un nuovo equilibrio: da affinare, di certo, ma convincente.
