A Parigi non si va per il sottile. Non si commercia in maniera banale, non si diluiscono visioni, perché la concentrazione di autori, tante volte solo aspiranti tali, è alta. Sono due voci relativamente nuove, già con notevole seguito, ad aprire la fashion week.
Steven Raj Bhaskaran e Hannah Rose portano Matières Fécales niente meno che in Place de la Republique, con orde di fan che premono all’ingresso e il suggello finale della fama pop: Rihanna tra gli spettatori. Un luogo di fratellanza e di protesta, per una collezione che celebra la marginalità con una megaproduzione faraonica e una teatralità muscolare e sfacciata quanto priva di scopo.
Il canovaccio narrativo dello show è autobiografico, e origina nell’esperienza e nelle difficoltà di Steven Raj Bhaskaran, legate al colore della sua pelle – scura. Tema scottante, urgente e mai risolto, che tradotto in metafora scenica, per di più in una sfilata di moda, rischia di banalizzarsi in modo plateale. Tra oppressi che diventano divinità e semidei di colore che si portano sulle spalle – alla lettera – miliardari bianchi, siamo nel regno del qualunquismo. Ma la moda ci ha abituato da tempo alla teatralizzazione del sociale e della politica, che riesce sempre a disinnescare. Il problema vero di Matières Fécales è che, inciampi di showmaking a parte, l’estetica del marchio è fortemente derivativa: dal buon Lee McQueen a Miguel Adrover passando per il Raf Simons della fase guerriglia urbana, è tutto già visto, giusto un po’ goticizzato. Sarebbe forse meglio concentrarsi su quello. Quando era piccolo questo progetto era ben più autentico e interessante.
La lingua di Hellen Hodakova Larsson, in arte semplicemente Hodakova, è aspra, scabra, compiaciutamente ruvida, eppure intimamente femminile, in una maniera però cruda e infantile. Il suo modo di giocare con le forme, con il corpo, con il racconto ha qualcosa di prepuberale, come colto in quel momento in cui i primi fremiti della adolescenza sono ancora lampi su un lontano orizzonte.
Questa stagione lo show, ospitato nel giardino dell’Istituto Culturale Svedese, ha l’incoerenza deragliante di un sogno: associazioni assurde di cose, dall’intonaco sul pavimento, ad un testo delirante consegnato agli ospiti piegato in forma di barchetta di carta, dalle reti da pesca miracolosa drappeggiate a mo’ di abito ai tessuti oleati e rigidi usati per ogni dove. Sono ridotte al minimo, invece, le sculture da indossare, e non se ne sente la mancanza. Che Hodakova stia transitando verso l’età matura? È il momento.
