C’è stato un tempo in cui, per bere un buon vino, bastavano una bottiglia e la voglia di stare insieme. Oggi rischiamo di aver bisogno anche di un format. Il produttore racconta, l’esperto introduce, il sommelier spiega, il calice è selezionato con cura e la degustazione promette di coinvolgere tutti i sensi. Se possibile, anche l’anima. Perché ormai non si stappa soltanto una bottiglia, si costruisce un’esperienza. E, naturalmente, si fa storytelling.

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La parola è diventata una specie di passepartout. Vale per una cena al ristorante, una vacanza, una visita in cantina, un aperitivo. Tutto deve lasciare qualcosa: un ricordo memorabile, una scatto riuscito, una storia da raccontare. Il vino, che di storie ne ha sempre avute parecchie, si è trovato a suo agio in questa nuova economia dell’attenzione. Forse fin troppo.

Del resto, il vino si presta moltissimo alla narrazione. Ha paesaggi, personaggi, tradizioni, famiglie, annate difficili, cambiamenti climatici, scelte coraggiose e qualche inevitabile leggenda. È un prodotto culturale prima ancora che commerciale, e raccontarlo è parte del suo fascino. Il problema nasce quando, per venderlo meglio, non basta più fare un buon vino: bisogna anche confezionargli una storia seducente. Possibilmente memorabile, emozionante e pronta per i social. Perché una bottiglia buona è importante, ma una bottiglia con una storia sembra valere ancora di più.

Prendiamo le degustazioni, ad esempio. Un tempo si assaggiavano vini, si facevano domande, si discuteva. Oggi ci si può avventurare in percorsi sensoriali, esplorazioni emozionali e viaggi immersivi. Il bicchiere diventa una tappa obbligata, la bottiglia il pretesto per un racconto e il territorio una scenografia da attraversare restando comodamente seduti. Tutto molto interessante, certo. Però io non credo che ogni bottiglia abbia bisogno di un evento inaugurale.

Anche il calice è protagonista di una piccola rivoluzione. Forma, dimensione, apertura, spessore: ogni dettaglio può fare la differenza, e non di rado la fa. Poi, però, arriva il momento in cui la tavola sembra attrezzata per un congresso di cristalleria. Si cambia bicchiere, si osserva, si versa, si attende mentre qualcuno, nel frattempo, ha già finito il vino.

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